Livorno, 22 maggio  2016 - NELL’IMMAGINARIOdi tutta Italia è l’ospedale dei misteri, quello in cui, secondo la procura di Livorno, si aggira un serial killer con guanti di lattice e siringa piena di eparina. Oppure, l’altra versione, forse anche peggiore, è l’ospedale in cui – per errore medico o chissà quale falla nel sistema – si muore dissanguati, per almeno 13 volte, prima che qualcuno si accorga dell’anomalia.

Per Piombino e la sua gente, nonostante i tredici morti, nonostante il mistero l’ospedale di Villamarina, coi suoi finestroni spalancati sull’Elba, è ancora un faro. È ancora un posto in cui farsi curare con fiducia. E non c’è sorpresa per le motivazioni del Riesame, che giudicano insufficienti gli indizi dell’accusa contro Fausta Bonino. L’infermiera, a cui vengono attribuiti tredici decessi (più un quattordicesimo caso, mentre era in carcere) è descritta come una stakanovista. Non una potenziale serial killer. Di lei lascia sbigottiti gli operatori solo un elemento della linea difensiva. Quando evoca possibili casi di «malasanità» per spiegare le morti sospette.

Nessuno ritiene di aver operato con leggerezza. E i cittadini? Può sembrare strano, ma l’ospedale di Piombino invece di veder diminuire i pazienti, negli ultimi mesi ha segnato un aumento dei numeri. Non c’è stato l’effetto sfiducia che si temeva. I sindacati calcolano che l’Asl ha «guadagnato» due milioni di euro in termini di mancate fughe verso altri ospedali. «Ma perché non hanno messo le telecamere durante le indagini?» Si chiede Piero Landi, un piombinese, fuori dall’ospedale. «Lo fanno per le maestre d’asilo, lo potevano fare anche qui, magari avremmo avuto più certezze su quello che è successo».

MICHELE Casalis, il primario di rianimazione, si commosse parlando di quanto fosse professionale la Bonino. Lo fece il 31 marzo scorso, all’indomani dell’arresto dell’infermiera, dichiarando di non aver mai notato i suoi comportamenti scorretti. Non si capacitava delle gravi accuse a suo carico. Eppure era stato lui, pochi giorni dopo aver assunto la guida del reparto (a gennaio 2015), a segnalare che qualcosa non andava. Lui a chiedere alla direzione Asl di attivare un consulto di esperti per verificare se alcune morti potevano essere evitate. E dopo aver esaminato la situazione, gli esperti non trovarono falle nelle procedure e nelle cure eseguite dal reparto. Così, alla luce delle motivazioni del Riesame di Firenze, tutta la vicenda potrebbe assumere una piega diversa. Il Riesame ha specificato che per otto decessi, dei 13 di cui è indagata per omicidio l’infermiera Fausta Bonino (scarcerata dal 20 aprile), «non vi sono riscontri ematochimici» che confermino che siano stati causati da overdose di eparina. Per altri quattro decessi, dove lo ‘scoagulamento’ non compatibile con le patologie dei pazienti fu causa della morte, il riesame pone dubbi, differenziando fra i vari casi, sul momento di somministrazione dell’eparina e sul lasso temporale con il decesso.

Intanto l’avvocato della Bonino, Cesarina Barghini, annuncia che chiederà l’archiviazione. Il primario tiene la bocca cucita: ha spiegato di non poter rilasciare dichiara zioni. È la linea della direzione della Asl Nord Ovest, la responsabile generale, Teresa De Lauretis ha dato disposizioni «affinché i soggetti coinvolti a vario titolo nella vicenda non intervengano con interviste».

 

 

Fausta Bonino lascia il carcere di Pisa (foto Valtriani)