Luca Picchi
Luca Picchi

Rosignano (Livorno), 25 agosto 2015 - «Come nasce il mio interesse per il Negroni? Da una ripicca. Mi ero stancato di sentire che il Negroni aveva origine da Viareggio. Mi sono messo a studiare e a lavorare ai documenti, cercando ovunque, fino a dimostrare che il Negroni nasce a Firenze». Mai più si aspettava Luca Picchi che da quella sua ripicca personale sarebbe diventato ambasciatore del Negroni nel mondo con il suo lavoro certosino di ricerca storica. La piazzetta del Popolo a Rosignano Solvay per un giorno palcoscenico nazionale del cocktail cult, quel Negroni che solo da Rivoire a Firenze in piazza della Signoria si può degustare come si conviene, visto che dell’elegante Rivoire il bartender è proprio Luca Picchi. Che nella piazzetta del Popolo apparecchiata ad hoc lo ha preparato personalmente anche per il sindaco Alessandro Franchi che, «non so se è il Negroni a stimolarmi», ha dimostrato di apprezzarlo fino in fondo, dopo aver assaggiato il «Negroni sbagliato», variante che mantiene vermut e bitter Campari però con spumante brut al posto del gin.

«Se usiamo il gin italiano, io lo faccio già, il Negroni diventa tutto nazionale», osserva Luca Picchi. Un Luca Picchi per la prima volta protagonista a due passi da casa «mi emoziona perché in questa via giocavo, e la mia casa è qui di fronte, dall’altra parte delle sbarre». In tanti per ascoltare i segreti del drink e gli aneddoti legati al suo libro «Negroni cocktail una leggenda italiana», un’iniziativa curata dal CCN Rosignano Solvay guidato da Flavio Fabbri, coordinata da Beniamino Franceschini, con il prezioso apporto di tutti i ragazzi del bar Centro capitanati da Giuseppe Cannizzo che hanno regalato un assaggio della mitica ricetta a tutti. Un Picchi che parla da innamorato, seduto al tavolino con noi, del Negroni, nato tra il 1917 e il 1920 col conte fiorentino Camillo Negroni che chiese di irrobustire con gin l’Americano al Caffè Casoni, poi diventato Caffè Giacosa. «Sì, ho ideato una mia versione. Si chiama «Negroni Insolito» ed ha la profumazione dei chicchi di caffè». E sul suo lunghissimo lavoro di ricerca «quanto è durato? Dura da diciotto anni e non è ancora finito. Ho borse di documenti, mi piacerebbe trasformarli in una mostra a Palazzo Vecchio. Credo che debba uscire dalla collocazione di aperitivo, accompagnando qualche piatto. E mi piacerebbe che fosse adottato da Firenze come uno dei suoi prodotti simbolo».