La Spezia, 15 settembre 2016 - Orgogliosa sul palco della 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, la spezzina Federica Di Giacomo. In mano tiene stretto il prestigioso Leone, dopo che la giuria ha appena assegnato il Premio Orizzonti per il Miglior Film al suo ‘Liberami’, una pellicola che racconta il fenomeno degli esorcismi in Sicilia. Quel riconoscimento, l’unico conquistato quest’anno in laguna da un film italiano, la regista ha voluto dedicarlo alla madre scomparsa, Maria Francesca Tosi. «Una persona speciale».

Perché ha deciso di parlare del ‘male’?

«La questione delle ossessioni e delle dipendenze ricorre spesso nei miei documentari, anche se c’è sempre qualcosa di surreale ed ironico».

L’idea degli esorcismi?

«Vivo a Roma, ma in quel periodo, circa tre anni fa, mi trovavo in Sicilia per lavoro. Lì, scoprii con stupore che esisteva un corso di formazione per preti esorcisti e molti dei protagonisti erano anche disposti a confidarsi. La diffusione di questa figura misteriosa si sta sviluppando in maniera esponenziale in tutto il mondo, tanto che nelle grandi città il loro numero è raddoppiato, e a Milano e a Roma, la Chiesa ha istituito perfino un call center per far fronte ai bisogni sul tema, viste le numerose domande di ‘liberazione’».

Chi sceglie di andare da un esorcista?

«Non sono i credenti integralisti, i fanatici, ma quelli occasionali, ovvero il novanta per cento degli italiani che, dopo essersi rivolti a maghi e psicoterapeuti, lo considerano un’ultima risorsa. In realtà i ‘nemici’ sono proprio le persone che si interessano del mondo dell’occulto, perché nel momento in cui si compie la magia nera, per la dottrina cristiana, si aprono delle porte dalle quali può entrare il male. Tutto ciò che mette in contatto l’uomo con l’assoluto, l’aldilà, l’immateriale, costituisce un varco e secondo il punto di vista della Chiesa, l’unico intermediario è il prete».

Come comprendere che non siano persone da portare semplicemente da uno psichiatra?

«È molto difficile. Per questo la Chiesa tenta di preparare i parroci attraverso dei corsi, mettendoli anche in contatto fra loro in modo che si possano scambiare nozioni, sensazioni ed esperienze».

Non le è mai capitato, durante il suo percorso, di sentirsi troppo coinvolta?

«Avevo molti pregiudizi, ma per entrare in comunicazione con il tema, occorreva essere senza preconcetti. La mia è stata una visione antropologica, anche se capita di innamorarsi dei propri personaggi. Sono stata molto partecipe a livello umano e sicuramente, le scene che riguardano le persone più giovani, sono state davvero dure da osservare. Molto adrenalinica e impattante, questa situazione provoca quasi ‘dipendenza’ da quanto è forte, ma non ho mai perso il controllo, non ho pensato che fosse tutto anormale e malvagio attorno a me».

Quanto c’è di vero nell’horror più famoso, ‘L’esorcista’ del 1973?

«Le teste non girano, non c’è levitazione dei corpi, ma la voce completamente cambiata e il vomito a potente getto, sì. Il mio però, pur avendo molti aspetti riconducibili a quel film, non è un documentario di genere, non tende a manipolare e creare sensazioni di paura, ma presenta una realtà più complessa. Nella stessa giornata, c’è l’esorcismo, fatto in una chiesa, con il cellulare del prete che squilla e i fedeli che vogliono sciogliere dei dubbi, ma c’è persino l’ironia. Situazioni spontaneamente comiche, nel loro contrasto con la quotidianità».