Fezzano, 12 settembre 2018 - E’ accaduto in una manciata di ore, nel cuore della notte. Litro su litro la barca si è riempita d’acqua. Prima il cedimento del tubo connesso alla presa a mare della toilette, rimasta imprudentemente con la valvola aperta. Poi, con l’immersione progressiva dello scafo, l’ingresso dell’acqua dagli oblò della fiancata, anch’essi rimasti imprudentemente aperti.

Quando alle 7,30 l’addetto ai pontili ha fatto il primo controllo di rito della giornata, il «caicco» di legno – lungo 15 metri, largo 4,75, dal nome greco, Nahulhuapi – era finito sotto il livello del mare: spuntavano solo parte della cabina e i due alberi dell’armatura a ketch. Affondato. E’ accaduto nel marina del Fezzano. Danni ingenti per gli interni dello scafo ‘datato’, costruito nel 1983 da un cantiere di Gela.

Potenziali gravi conseguenze sul piano ambientale, per la presenza del carburante a bordo. Ma i serbatoi hanno tenuto e immediate sono state le precauzioni adottate dal personale del porticciolo turistico: la barca è stata schermata dalle panne galleggianti; queste hanno contenuto la dispersione del poco gasolio trafilato.

Ci hanno poi pensato gli operatori della Sepor ad effettuare la bonifica. Le operazioni sono state coordinate dal maresciallo Salvatore Melluzza, comandante del Locamare di Porto Venere, ufficio periferico dipendente dalla Capitaneria di porto. «Situazione sotto nessun, nessun inquinamento» ha comunicato alla centrale operativa, aggiornando la stesso sulla sviluppo delle più complesso operazioni: la messa in galleggiamento dello scafo, attraverso le azioni azioni combinate di aspirazione dell’acqua con pompe di grande portata e recupero, con l’entrata in scena di un pontone, con gru.

All'opera uomini e mezzi della Sub Mariner. Un’operazione da manuale. Questa ha avuto il suo epilogo con il trasferimento, a rimorchio, del relitto, nella darsena di Pagliari, per le cure dell’omonimo consorzio. Notevola la portata dei lavori da eseguire per restituire il caicco al suo splendore originario. Ma, intanto, è in sicurezza. Ed è stato scongiurato il disastro ambientale. Nessun dubbio sulle cause dell’affondamento: una cricca apertasi nel tubo connesso alla presa a mare della toilette di prua, per l’aspirazione dell’acqua; non sarebbe accaduto nulla se la valvola fosse stata chiusa. Questa, invece, purtroppo, era rimasta aperta. Così come ‘spalancati’ erano gli oblò circolari sulla fiancata della barca. Con l’immersione progressiva dello scafo per effetto dell’ingresso dell’acqua dalla presa a mare, anche loro si sono trasformati in via di accesso per l’acqua. Dall’incidente, dunque, una lezione: quando si lasciano le barche all’ormeggio, occorre chiudere le valvole delle prese a mare e gli oblò.