Anthony Richard Gunnar Risehag
Anthony Richard Gunnar Risehag

La Spezia, 20 luglio 2019 – L’unica parola che pronuncia in italiano è «bambino». Chissà se è un caso. Perché nell’incredibile vicenda raccontata dal signor Anthony Richard Gunnar Risehag, nato Antonio Alluzzi, è proprio in questa età della vita che è avvenuto l’evento destinato a segnarlo per sempre. Nato all’ospedale Sant’Andrea della Spezia nel 1958, «illegittimo non riconosciuto», come si legge in uno dei tanti documenti che ha portato con sé durante il nostro incontro in redazione, questo 61enne in arrivo dalla Svezia è stato adottato da una coppia originaria del paese scandinavo, dopo essere stato portato da un’infermiera in un orfanotrofio di Pitelli gestito dalle suore. A neanche un anno, venne dichiarato dalla Provincia della Spezia idoneo «all’affido a scopo futura adozione» a quelli che ben presto diventeranno i suoi genitori. E con loro partì, per poi tornare nel Golfo dei Poeti a cadenza periodica, senza avere per anni coscienza della sua condizione, fino alla sconvolgente scoperta e alla voglia di tornare alle proprie radici.

Una vicenda toccante, piena di punti di domanda e di risposte non arrivate. Ma Antonio («sono felice quando mi chiamano così, con il mio nome italiano» ci dice sorridendo) vuol chiudere il cerchio e non si arrende, nonostante i tanti tentativi andati a vuoto. E si rivolge alla Nazione per ritrovare la madre e i fratelli. «Sono stanco: questa lunga ricerca è come un puzzle – spiega –, ma mamma potrebbe esser viva, e vorrei conoscere il resto della famiglia». La certezza di non essere figlio unico gli è arrivata dagli uffici dell’anagrafe, dove, però, non ha mai trovato l’aiuto decisivo. Gli spieghiamo che per legge ci sono dei limiti alla diffusione dei dati personali, ma evidenzia comunque il rammarico per il trattamento ricevuto: «Venire alla Spezia e nei suoi dintorni è una bella abitudine, e sarò stato in Comune oltre 10 volte, ricevendo però sempre risposte negative, tranne in un caso: quando un impiegato ha ammesso che avevo dei fratelli».

I primi dubbi sulle sue origini sono stati causati da alcune frasi pronunciate da un amico del padre: «Quando avevo 5 anni, fece riferimento ‘al tuo bimbo italiano’, parlando con lui e 6 anni dopo mi disse che ero nato in Italia. Io già di mio, ero tormentato: ero l’unico moro e con la pelle scura nella mia classe a Värnamo, ma per tranquillizzarmi, i miei genitori mi avevano mostrato un documento in cui era scritto che ero nato a Lund, così come successivamente sarà riportato nei miei primi passaporti».

Un’alterazione rispetto alla realtà, che venne definitivamente smascherata nel 1974: «Ero andato a New York, e all’ufficio immigrazione, verificando i miei dati nel computer, mi dissero che ero nato alla Spezia e non nella città svedese». Il tutto mentre i genitori continuavano a tacere sull’adozione. Quindi, rientrato a casa, riuscì tramite un avvocato ad avere una copia del documento relativo alla sua adozione: il vaso di Pandora iniziava a scoperchiarsi. Solo dopo la morte del padre Oskar Richard, mamma Gulli Elna Janet gli iniziò a parlare della verità. «Non le avevo detto niente di quanto accaduto negli Stati Uniti, perché avevo capito che per loro era un argomento infelice. Penso tutti i giorni a ciò che mi è capitato e questo mi rende molto triste».

Se la coppia tardò a svelargli le sue origini, mai recise il suo legame con La Spezia, che ora compare finalmente – anche se con l’errata grafia ‘La Specia’ – nei suoi documenti: «Ogni due anni venivamo qui, e ricordo come mia madre insisteva nel farmi fare lunghe passeggiate in viale Garibaldi: sono convinto che lì ci fosse la mia mamma biologica a guardarmi da lontano».

E, come in un film, lo scorso anno un nuovo tassello arrivò… via posta: Antonio ricevette un plico di foto che lo mostravano insieme ai neogenitori, alla zia e alla svedese Ester, che viveva sei mesi l’anno in Italia e ritiene fosse stata tramite con la famiglia per l’adozione, all’orfanotrofio di Pitelli e ai giardini della Spezia. «Ancora due anni e andrò in pensione dal mio lavoro di tecnico di teodolite (strumento per i rilievi topografici, ndr.) e spero di tornare più spesso qui insieme alla mia compagna. Le ho provate tutte per ritrovare la mia mamma, anche rivolgermi al programma della tv svedese ‘Missing the name’, che ha però rifiutato il mio caso ritenendolo troppo complesso. Spero davvero che il vostro giornale possa finalmente esaudire il mio desiderio». E permettergli di mettere a posto, così, l’ultimo pezzo del puzzle della sua vita.

Chiara Tenca