A destra l'omicida, Francesco Ruggiero. A sinistra la vittima, Vincenzo D'Aprile
A destra l'omicida, Francesco Ruggiero. A sinistra la vittima, Vincenzo D'Aprile

La Spezia, 12 marzo 2019 – Francesco Ruggiero, pur essendo proprietario di una vettura, aveva noleggiato apposta un’auto per tendere l’agguato ad Enzo D’Aprile. Lo aveva fatto presso la filiale spezzina della Hertz, ieri mattina. Aveva scelto una Fiat 500 familiare, di nuova generazione. Con essa si era messo alle calcagna del rivale, seguendolo senza farsi vedere. Sapeva del percorso viario che era nei programmi di D’Aprile? E’ stata una sorpresa vedere la jeep del ‘rivale’ fermarsi per l’appuntamento con la donna ‘contesa’, prossima all’udienza di divorzio in Tribunale ma desiderosa di tornare col marito o quanto meno accondiscendente alle sue premure? O è stata proprio la conoscenza dell’approssimarsi dell’incontro che ha trasformato il maresciallo dell’Aeronautica, dalla carriera specchiata, in un assassino, forse assalito da un moto di accecante gelosia? Gli interrogativi, prima dell’interrogatorio dell’omicida avvenuto ieri sera, in procura restavano aperti.

I carabinieri durante il sopralluogo sull’auto presa a noleggio

La certezza è che Ruggiero, giunto con l’auto in piazzale Ferro proveniente dal centro, vista la scena della "ricomposizione" familiare – lei, lui e due figli – abbia deciso di premere sull’acceleratore, per centrarla e, una volta sceso, investire d’Aprile. Di certo era nell’auto quando ha sparato il primo colpo: ne è prova il vetro anteriore destro andato in frantumi. Che dalla stessa auto abbia continuato a sparare i colpi (altri quattro) o che, invece, sia uscito per farlo, poca cambia sul piano dell’imputazione da ergastolo: omicidio aggravato dalla premeditazione. Nessun dubbio per gli inquirenti che quello portato a compimento sia stato un piano.

Probabilmente non era nei piani costituirsi, quanto meno farlo nell’immediatezza dell’assassinio. Lo ha fatto infatti due ore e mezza dopo, presentandosi nella caserma dei carabinieri, mentre infuriava la caccia all’uomo da un capo all’altro della provincia, ancorata al numero di targa della 500 colto da un testimone. Fino a quel momento titolata a indagare – su delega del procuratore capo Antonio Patrono e del pm di turno Monica Burani giunti entrambi sul luogo del delitto alle 14 – era la polizia. Da lì in poi è stata fatta squadra, con condivisione di informazioni e della gestione dell’omicida pentito. Prima la raccolta della confessione nella forma delle dichiarazioni spontanee nella caserma dei carabinieri; poi il sequestro e lo screening della 500, infine l’interrogatorio in procura, alla presenza di un legale di ufficio: l’avvocato Francesca Sturlese.