Tribunale (foto d'archivio)
Tribunale (foto d'archivio)

La Spezia, 18 novembre 2019 - Da infermiera ad addetta dalle pulizie del piazzale e dei bagni. Un demansionamento conseguente alla reintegra, per via giudiziaria, dal licenziamento. Un progress di ripicche, vessazioni e torti che l’ha prostrata. E’ accaduto nell’arco di 12 anni, dal 2007 ad oggi. Un tormento.
La parabola professionale è stata oggetto di accertamento da parte del giudice del lavoro nella causa per mobbing intentata dalla lavoratrice, che ha da poco compiuto 58 anni. Nei giorni scorsi la sentenza che ha certificato il mobbing e ha condannato il datore di lavoro al risarcimento del danno per demansionamento e al pagamento delle spese processuali. Un conto da quasi 400mila euro tra ammontare di stipendi mancati, danno biologico da invalidità permanente, perizia, interessi e rivalutazione monetaria. Chiamato al saldo il Cantiere navale San Marco. La sentenza è del giudice Marco Viani in accoglimento del ricorso degli avvocati Alberto e Isabella Benifei.
La storia viene da lontano; parte dal licenziamento della donna nel 2005, dopo 23 anni di attività in qualità di infermiera, prima come dipendente del Cantiere Inma (assunta nel 1982), poi (dal 1999) nei ranghi del San Marco che aveva rilevato lo stabilimento di viale San Bartolomeo. Un licenziamento collettivo quello nel quale fu ricompresa, per riduzione di personale e che, un anno dopo, fu dichiarato illegittimo dal giudice del lavoro, con obbligo di reintegra dei lavoratori lasciati a casa. Fra questi l’infermiera che, invece di tornare al suo posto, fu demansionata. Il primo incarico fu quello di addetta ai servizi ambientali ecologici: in pratica la pulizia del piazzale del cantiere dagli scarti delle lavorazioni, da dividere e avviare allo smaltimento (tra i quali materiali nocivi). Ciò senza usufruire di un riparo, sempre all’aperto, sotto il sole o la pioggia, estate e inverno. Lamenti, proteste. Un anno dopo, il nuovo incarico: addetta alla pulizia di bagni e spogliatoi maschili. Lì situazioni incresciose, a tu per tu con lavoratori talvolta nudi. Un’umiliazione, che aprì le porte alla depressione e alle cure al Centro di igiene ambientale. Per le reazioni, talvolta accalorate, la donna incappò in una sanzione disciplinare. Di qui l’ansia da «disturbo di adattamento» come ha scritto un medico legale nella relazione finita agli atti di causa. Questa, incardinata nel giugno del 2015, è arrivata nei giorni scorsi all’epilogo della sentenza, col riconoscimento del «mobbing» e la condanna del datore di lavoro.
Corrado Ricc i