La Spezia, 14 aprile 2018 -  Non sapeva  di essere incinta. Lo ha scoperto facendosi medicare al pronto soccorso dopo i calci inferti al costato dal marito. Il cuoricino della creatura che aveva in grembo ha cessato di battere. «Procurato aborto» è scritto nel referto medico legale. La vicenda, risalente al dicembre scorso, emerge da un’inchiesta per maltrattamenti in famiglia che la procura ha aperto su impulso dalla donna, dopo le ultime vessazioni subite, alla fine dello scorso mese di febbraio: botte, non solo a lei – punita per la cena che tardava a materializzarsi nei piatti – ma anche del figlioletto, colpevole di aver versato un bicchiere di acqua sul divano.

Le vittime ora sono sotto protezione, in una casa di accoglienza, sotto la tutela dei Servizi sociali. Il padre-padrone è stato colpito dalla misura cautelare del divieto di avvicinamento ai congiunti; off limits anche alle telefonate. La donna e il figlio più grande sono ora chiamati a cristallizzare le prove, attraverso un incidente probatorio. L’accertamento giudiziario è fissato a breve. Si svolgerà nell’aula delle audizione protette. Da ricostruire una storia che viene da lontano. Sì, perché la denuncia che ha innescato l’inchiesta è arrivata dopo tante tribolazioni. Per mesi, anni ha stretto i denti, ha resistito, sperando che il marito di ravvedesse. Temeva, inoltre, che presentando una denuncia la situazione potesse precipitare, complice anche l’ancol di cui il marito, talvolta, abusava, perdendo il senno.

Nella scelta di chiedere aiuto alla giustizia è stata sostenuta dai familiari e da un legale, l’avvocato Andrea Buondonno, che ha redatto la denuncia dalla quale è maturata, dopo le indagini dei carabinieri, la misura cautelare nei confronti dell’uomo.

Nell’atto di accusa sono ripercorsi gli episodi, a cominciare da offese e minacce. Recentemente il fascicolo è cresciuto, con l’interrogatorio della donna e i certificati medici relativi al procurato aborto, che si sono saldati ai report delle lesioni pregresse subite, compresa quella ad un seno, strizzato con violenza dall’uomo. Fra le storie ripercorso anche quelle di una ’sequestro di persona’: la donna venne chiusa a chiave in una stanza di casa, per una mezz’ora; fu liberata nell’imminenza dell’arrivo del padre e della sorella, a cui aveva chiesto aiuto.

E’ emerso così il quadro di un regime familiare e di vita avvilente, terrorizzante e mortificante, sia per la donna che per i figli minori.

Un quadro che ha fatto innescare il cosiddetto «protocollo rosa», col concorso delle istituzioni (giudiziarie, sanitarie e amministrative) nelle azioni di salvaguardia dell’integrità fisica e psicologica della donna e dei figli.

Corrado Ricci