La professoressa Cecilia Laschi

Follonica, 13 aprile 2018 - TRA LE 100 donne scelte dal periodico «Forbes Italia» per il loro contributo volto a rendere grande il Paese c’è anche lei. Cecilia Laschi, docente ordinario di bioingegneria industriale all’Istituto di BioRobotica della Sant’Anna e pioniera nel campo della robotica soft, è l’esempio che in Italia è possibile fare ricerca scientifica ad alti livelli e, soprattutto, che la nostra città detta spesso le linee guida. Laschi, un dottorato in Robotica all’Università di Genova e una specializzazione allo Humanoid Robotics Institute della Waseda University di Tokyo, è anche la «madre» di Octopus, il primo robot soffice ispirato alla destrezza del polpo. Lo stesso che oggi la rende una tra le donne più esperte di robotica a livello mondiale. Segno che l’altra metà del cielo, anche in un ambito prettamente maschile, lascia il segno. Senza considerare che un articolo della stessa Laschi è finito, lo scorso giugno, in una delle tracce dell’esame di maturità.

È felice di trovare il suo nome tra le 100 italiane vincenti?

«Indubbiamente. So di occuparmi di un settore attorno al quale gravitano poche donne, ma non lo considero un successo femminile quanto, semmai, un riconoscimento al nostro lavoro...».

Segno che in Italia è ancora possibile fare ricerca scientifica.

«Eccome. E Paolo Dario ne è la dimostrazione. Lui ci ha sempre fatto capire e vedere che non è obbligatorio fuggire all’estero. Certo, fare ricerca non è semplice, vuol dire accettare una sfida...».

Si riferisce al difficile reperimento dei fondi?

«Non solo. Quelli sono importanti ma fondamentale è creare un buon contesto di ricerca, avere un gruppo valido. Nel mio caso, posso dirlo, lavoro a fianco di un ottimo team e il mio obiettivo è rendere i miei studenti più bravi di me. Ma mi faccia dire un’altra cosa».

Dica pure

«Nella robotica il nostro paese non ha niente da invidiare a Stati Uniti, Cina e Giappone. Abbiamo ricercatori, non solo in ambito scientifico ma anche nell’industria, eccellenti. Sono appena tornata dall’America e confermo che oltre ad essere competitivi, in alcuni settori, siamo anche dei leader».

Cosa risponde a chi sostiene che i robot ruberanno il lavoro?

«La robotica nello specifico può essere una delle risorse economiche per l’Europa, una chiave di volta per creare posti di lavoro. Il panorama lavorativo sta cambiando, è vero, ma quotidianamente, nei gesti più banali, facciamo benzina ‘fai-da te’, acquistiamo online, ci improvvisiamo ‘cassieri’ al supermercato facendo tutto da soli. Dove sono i robot?».

Ma la soft robotica non è una branca di nicchia?

«È giovane, è nata dieci anni fa a Pisa quando nessuno pensava di poter utilizzare un materiale morbido per costruire robot. A oggi ha molteplici applicazioni in campo biomedico, ma anche nel settore marino. Non mi riferisco solo alla doccia robotica e all’endoscopio creati alla Sant’Anna ma anche ai nostri simulatori realistici quali le corde vocali o i polmoni per i neonati prematuri. E ancora abbiamo obiettivi nell’ambito della robotica marina, da cui siamo partiti con il progetto sul polpo, che ci ha insegnato alcuni principi fondamentali per la locomozione sottomarina e la propulsione a getto».

Lo avrebbe immaginato da piccola, nella sua Follonica, di arrivare fino a qui?

«Proprio no. Certo, ho sempre amato le discipline scientifiche, la matematica, ma non pesavo certo ai robot. Mi piacevano gli animali, forse guardavo alla biologia...».

Che consiglio darebbe ad una giovane laureata italiana che guarda alla ricerca scientifica?

«Di non arrendersi ai luoghi comuni, crederci e provarci. Basta sentir dire che esiste solo l’estero o che deve saper conciliare famiglia e tanti altri aspetti. Dovrebbe farsi forza delle sue capacità e passioni, armarsi di motivazione e perseguire i propri obiettivi, personali e professionali».

Francesca Franceschi