Stefano Cecchi Si fa presto a dire Palacio, tripletta all’età in cui di solito i calciatori palleggiano in giardino coi nipotini. Ma poi ci si volta indietro e ci si accorge di come la storia viola sia un lungo elenco di eventi sciagurati, di gol presi da campioni sulla via del tramonto e da perfetti sconosciuti, Caffarelli e Storgato, Paciocco e Skoro. Come se la Fiorentina fosse qualcosa a metà fra il Gerovital e "Meteore", un ricostituente per vecchi mestieranti d’area ma anche un programma tv per artisti destinati a ballare una sola estate. Nel 1976, per darci un inizio, con il Cagliari già retrocesso, alla penultima giornata la Fiorentina riuscì a perdere grazie a un gol di Roberto Leschio, 6 presenze complessive in serie A, che sta al Calcio come Mark Caltagirone sta agli amori di Pamela Prati: una bella utopia. La stessa di Luciano Gaudino, soprannominato "l’orso" per il carattere brillante: in A giocherà solo 12 partite ma nella cinquina...

Stefano

Cecchi

Si fa presto a dire Palacio, tripletta all’età in cui di solito i calciatori palleggiano in giardino coi nipotini. Ma poi ci si volta indietro e ci si accorge di come la storia viola sia un lungo elenco di eventi sciagurati, di gol presi da campioni sulla via del tramonto e da perfetti sconosciuti, Caffarelli e Storgato, Paciocco e Skoro. Come se la Fiorentina fosse qualcosa a metà fra il Gerovital e "Meteore", un ricostituente per vecchi mestieranti d’area ma anche un programma tv per artisti destinati a ballare una sola estate. Nel 1976, per darci un inizio, con il Cagliari già retrocesso, alla penultima giornata la Fiorentina riuscì a perdere grazie a un gol di Roberto Leschio, 6 presenze complessive in serie A, che sta al Calcio come Mark Caltagirone sta agli amori di Pamela Prati: una bella utopia. La stessa di Luciano Gaudino, soprannominato "l’orso" per il carattere brillante: in A giocherà solo 12 partite ma nella cinquina che il Milan ci rifilò nel gennaio del 1978 ci fu anche la sua firma.

L’anno dopo la Fiorentina fu così munifica da far fare il fenomeno a Vinicio Verza, oscuro centrocampista juventino ora agente immobiliare, che ai tempi fece un cammeo di se stesso nel film "Il volatore di aquiloni" di Renato Pozzetto. Il tutto per il gol che segnò ai viola: lancio di Causio sulla destra, lui stoppò il pallone di petto, saltò Galbiati con un sombrero e, senza che la palla toccasse terra, la calciò al volo all’incrocio dei pali. La Domenica sportiva lo premiò come il più bel gol di quella stagione e non si sa ancora se compiacersi per ciò o inveire. Come non si sa cosa provare al ricordo di Elvi Pianca. Capelli rossi e fisico massiccio, mestierante sui campi aridi della C e della B, a Reggio Calabria lo chiamavano "u rrussu" e dagli spalti del Granillo gli cantavano "E quando il ciel si schiarirà il rosso Pianca segnerà Bandiere al vento metterem e tutti in coro griderem Pianca-gol!". La meraviglia del calcio che consente a tutti uno spazio del sogno. In serie A Pianca giocò solo 15 partite con l’Udinese: serve specificare chi fu l’autore della doppietta con la quale nel 1979 i friulani affossarono la Fiorentina? Sì, la storia viola è un lungo e struggente viaggio dentro la malinconia. Nel novembre del 1980 la Fiorentina perse a Como. Segnarono Centi e Ezio Cavagnetto, ala sinistra che nella massima serie volò solo un anno. Quanto basta per noi. E siccome, forse per via del Manzoni, con Como Firenze ha qualche legame, quel ramo del lago lo rendemmo gioioso lasciando che gli azzurri espugnassero nel 1987 il Comunale con gol di Todesco e Maccoppi, nome omen. Nel 1992 perdemmo in casa con l’Ascoli. Segnarono la meteora argentina Pedro Antonio Troglio e Fiorenzo D’Ainzara, che dopo aver fatto gol ai gigliati giocò in altre 22 squadre, dal Sora al Gualdo, dall’Arzachena fino al Real Tigre, ma mai più in serie A. Già, le meteore. Marco Monza, centrocampista oscuro come i suoi piedi, ha giocato solo un anno in A (nel Bologna stagione 1989) segnando un gol che valse la vittoria per i rossoblu. Serve dire a chi? E fu di certo una meteora anche Johnny Duglas Ekstroem, che nel primo storico derby con l’Empoli (quello in cui la curva Fiesole arrivò in motorino sul primo brandello utilizzabile della Fi Pi Li) bruciò Landucci uscito come al solito a capocchia, e fece impazzire gli empolesi.

Appartiene alla categoria anche Alessandro Manetti, centrocampista virtuale del Verona, che nel giorno dell’esordio di Kanchelskis in viola, piazzò al 90° una punizione nel sette condannando i gigliati alla sconfitta (poi ovviamente non segnò mai più) e pure il bell’Otero, uruguagio perfido, che per farci cominciare bene il campionato 1997 ne fece 4 al Franchi col suo Vicenza e addio sogni di gloria. E poi i campioni sul viale del tramonto. Come lo stagionato Gianni Bui, che in granata a 34 anni fece doppietta alla Fiorentina. O come il formidabile Paolino Pulici: pensionato dal Torino, lui si ispirò anticipatamente alla Fornero e con la maglia dell’Udinese punì i viola per due volte di testa al Comunale.

Ma forse il gol più simbolico che la Fiorentina abbia mai subito è quello di Arturo Ballabio, grazie al quale il Palermo battè la formazione di Liedholm nel 1974. Ballabio, naso rotto da pugile e animo da musicista, in A giocò solo un anno, lasciando stupefatti per i gusti fuori dal campo: "Mi piace tutto ciò che è classico - raccontò - la storia antica, l’arte classica e la musica. Amo Mozart e so tutto di lui". Che il calcio non fosse il suo ambiente lo dimostrò quando appese le scarpette al chiodo e, invece che fare il ds o l’allenatore, andò missionario in Perù, costruendo con le offerte un ospedale a Chacas. Una sorta di manifesto rincuorante, a dire che, Palacio o non Palacio, non è solo la Fiorentina a fare beneficenza.