Matteo Renzi alla Leopolda
Matteo Renzi alla Leopolda

Firenze, 21 ottobre 2018 - «Ma noi siamo quelli che restano in piedi e barcollano su tacchi che ballano». E’ la prima volta che la Leopolda per aprire la kermesse sceglie De Gregori, la storica voce e colonna sonora della sinistra e del Pd che poi frastornata dalla politica reale, dai Dem ha preso una certa distanza.

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Ed è proprio sulla malinconia e la forza struggente di Quelli che restano, sparata a tutto volume, che Renzi prende la rincorsa per salire sul palco, acclamato come una star dinanzi a una platea di ultras. Quelli che restano, appunto, che poi sono tanti, a contarli. Perché l’amarezza non gli strozzi la gola, la butta fuori subito, dedicando a Quelli che restano un missile contro i «beneficiati rencorosi», un bel gruppo di dirigenti Dem che si è volatilizzato. Li aveva già battezzati così, l’ex premier, quelli che «hanno avuto» tanto e poi, dopo «una brutta sconfitta», si sono dileguati o si sono rivoltati contro.

Dell'elenco non ne ha bisogno nessuno, basta uno sguardo a Quelli che restano, «quelli che hanno dato e che continuano a dare», per fare nomi e cognomi. Insieme a un’analisi di realtà. Parole sofferte, anche per uno che dice di voler «voltare pagina». «Quando si perde, ti giri e la stragrande maggioranza di chi ti stava intorno dice ‘Renzi? Mai visto prima’. E’ la sindrome del beneficiato rancoroso che caratterizza un po’ del gruppo dirigente, gente che fino al giorno prima è lì e poi dice ‘oh, io te lo dicevo che sbagliavi’», va all’attacco l’ex segretario Pd. «Più di una volta sei andato avanti dritto dritto sparato contro un muro, ma ti sei fatto ancora più male aspettando qualcuno», cantano dolenti Elisa e De Gregori.

Mentre lì, dietro al palco, ad applaudire Matteo ci sono Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Francesco Bonifazi, Simona Bonafè, gli amici di sempre. Agnese Landini, la moglie. Graziano Delrio e Pier Carlo Padoan, fra gli ex ministri, gli unici rimasti fedeli, con Valeria che per l’appunto fa Fedeli di cognome, che ieri con la vicesindaca Cristina Giachi ha guidato il tavolo dell’istruzione. C’erano Ettore Rosato, il finanziere Davide Serra, Ivan Scalfarotto, l’assessora regionale Stefania Saccardi che dei traditori non si stupisce: «Quando perdi il potere puoi cancellare i due terzi della rubrica, ma quelli che restano sono quelli con un’identità propria e i veri amici». Eppure anche lei era entrata nella lista dei renziani delusi che si volevano contare nel congresso toscano: alla Leopolda si sono affacciati anche Federico Gelli che l’ha capitanata quella lista poi decapitata e i consiglieri regionali Monni e Gazzetti. Insieme a tutta quella marea umana mai vista prima di venerdì sera. «Fossero venuti quando eravamo al governo», dice con un sorriso il consigliere comunale Pd Leonardo Bieber che sembra, come tutti in quel pigia-pigia, uscito da una sauna. «Ma quando siete stanchi e senza neanche una voglia, siamo noi quei pazzi che venite a cercare». Da Jovanotti a De Gregori, dal rock dei Muse alle ballate del Principe. I tempi cambiano.