Ballottaggio a Pisa, vince Conti

Firenze, 26 giugno 2018 - «Prima si prendeva il caffè corretto al circolo, si commentava quello che c’era scritto sull’Unità e si pensava a come organizzare la festa della sezione. Ora al circolo non si va più, la sezione è deserta e l’Unità l’è chiusa. Ecco la sintesi del voto in Toscana».

Più chiaro di così Gianni, tessera dal Pci di Occhetto in poi, non può essere. La roccaforte rossa si è sgretolata come un castello di sabbia, minato dalle fondamenta a partire dal 2009 quando Prato passò per la prima volta a mister Sasch, Roberto Cenni, civico del centrodestra. Mentre il vertice rimaneva saldo alle poltrone e al potere consolidato nella storia della Toscana, la base, piano piano, entrava in crisi. Di identità e di considerazione. La sinistra sempre più lontana dalla sua gente. Quasi un ritornello che rimbomba nella Casa della Cultura del quartiere fiorentino di Rifredi, la casa del Pd toscano. Lì ha collezionato qualche gioia e ultimamente molte sconfitte.

Solo tre capoluoghi restano al centrosinistra: Prato e Firenze (che vanno al voto il prossimo anno) e Lucca (ha votato l’anno scorso, Tambellini l’ha spuntata per 300 voti). Il resto della cartina è giallo-azzurro: dopo il caso Prato, venne il ribaltone dell’ex rossa Livorno, guidata da Filippo Nogarin, sindaco Cinque Stelle. Anche Carara è grillina. Poi tutto centrodestra: Pisa, Massa e Siena dell’ultima tornata. E ancora Pistoia, Grosseto e Arezzo. L’accerchiamento è massiccio intorno alla Piana fiorentina. E al palazzo del Pegaso regionale per cui si andrà a votare nel 2020.

«La Lega vince contro le élites» sottolinea Susanna Ceccardi, sindaca battagliera di Cascina, prima sostenitrice del nuovo sindaco di Pisa Michele Conti. «Perchè noi si vince? La gente vuol contare, vuol essere considerata. Noi lo facciamo. Prima nei quartieri popolari ci aggredivano». E ora assalto alla Regione: «Io mi metto a disposizione per qualsiasi cosa, anche se mi mandano in Corea del Nord a battere i comunisti». Il vertice del Pd regionale trova difficilmente le parole dopo la nottataccia del ribaltone storico. Marco Recati, portavoce della reggenza del partito ci prova. E ammette che hanno pesato anche le divisioni interne al Pd e al centrosinistra «che nei vari territori si erano stratificate negli anni e hanno contribuito a rendere meno credibile la nostra proposta anche quando abbiamo provato a rimettere insieme le coalizioni». Sconfitta collettiva da analizzare nell’assemblea regionale fissata per il 14 luglio per poi affrontare il congresso in autunno.

Tra i Dem  si fa sentire Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale: «Bisogna ritrovare il rapporto con la gente parlando nel modo in cui la gente vuole, con schiettezza, chiarezza, e se vogliamo anche un po’ di populismo, che non fa male nel momento in cui questo significa interpretare i bisogni della gente». Secca Monia Monni, vicecapogruppo del Pd in Regione: «Dobbiamo smetterla con i caminetti e le riunionicine di corrente». Il governatore Rossi parla di «disfatta»: «Serve un nuovo inizio». Chi comincia e come? «Una débacle ampiamente prevista. La cultura rossa è in declino da dieci anni. E il Pd non è mai nato. Né in Toscana né nel resto d’Italia». Giudizio tranchant quello di Mario Caciagli, professore emerito di Scienza politica dal 2012 all’Università di Firenze, autore del libro «Addio alla provincia rossa».