La statua di Dante Alighieri in piazza Santa Croce
La statua di Dante Alighieri in piazza Santa Croce

Firenze, 7 dicembre 2015 - Ecco le parole e le epsressioni più famose inventate da Dante, che molti utilizzano senza saperlo.

“Fertile”- Fu proprio la Divina Commedia a introdurre questo latinismo nel linguaggio comune. La parola deriva dal verbo “ferre”, ovvero “portare, produrre”. Dante la utilizza nel canto XI del Paradiso: il celebre passo di San Francesco, dove la “fertile costa” (verso 45) descritta dal poeta indica il luogo dove nacque il santo.

“Gabbo/gabbare”- Il verbo “gabbare” compare frequentemente in un'altra celebre opera dantesca, Vita Nova, dove il poeta ripercorre le tappe fondamentali del suo amore per Beatrice. La parola deriva dal francese antico “gaber”, tratto a sua volta dall'antico nordico “gabb”, ovvero “scherzo, beffa”. Il verbo è presente nella lingua fin dai primi del XIII secolo con il significato di “ingannare, prendersi gioco”, sebbene la fortuna del termine, insieme al sostantivo “gabbo”, è attribuibile alla diffusione degli scritti del poeta. L'espressione ritorna anche nel verso 7 del XXXII canto infernale, dove Dante sottolinea come descrivere il fondo dell'universo (ovvero dell'inferno, posizionato, secondo la struttura dantesca, al centro della terra) non sia una “impresa da pigliare a gabbo"

“Mesto”- Un termine che compare per la prima volta proprio nella Divina Commedia, in particolare nella cantica infernale. La parola deriva dal latino “maestus”, participio passato del verbo “maerere”, ovvero “essere triste, addolorato”. Il sommo utilizza questo termine per descrivere la triste condizione dei dannati, definendoli nel canto I “color cui tu fai cotanto mesti”. (v. 135).

“Molesto”- Dal latino “moles”, ovvero “peso, fardello”, questo termine è presente in tre canti infernali e in uno del Paradiso. Gli episodi in cui è ricorre sono famosissimi, dall'incontro con Farinata degli Uberti e con Pier della Vigna, fino al canto di Cacciaguida, quando il trisavolo annuncia al poeta il futuro che lo attende. Anche in questo caso il termine era già in uso, ma fu certamente il poeta a decretarne la diffusione.

“Quisquilia”- Altro termine latino, traducibile con “pagliuzza”, quindi, metaforicamente, con il significato di “bazzecola, inezia, piccolezza”. Sebbene l'uso sia attestato già nel 1321, è ancora una volta Dante a diffonderne il significato moderno nel XXVI canto del Paradiso. Nei versi 76-77 il poeta scrive “così de li occhi miei ogne quisquilia/ fugò Beatrice col raggio d'i suoi”. Il termine, in senso traslato, assume qui il significato di “impurità”: grazie alla funzione salvifica di Beatrice, Dante riacquista così la capacità visiva.

“Far tremare le vene e i polsi”- Ancora oggi ricorriamo a questa espressione per riferirci a qualcosa che ci terrorizza profondamente. Dante la utilizza nel canto I dell'inferno, quando nei versi 87-90 chiede a Virgilio di salvarlo dalla Lupa, una delle tre fiere della selva oscura, dove “la dritta via era smarrita” (v.3, canto I).

“Non mi tange”- Ovvero “non mi sfiora neppure, non mi interessa”. È Beatrice a pronunciare queste parole nel canto II dell'Inferno, nel momento in cui spiega a a Virgilio di non temere affatto il regno di Lucifero: la donna è infatti una creatura di Dio, dunque imperturbabile di fronte alla malvagità di quel luogo oscuro.

“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”- Si tratta dei terribili versi incisi sulla porta dell'inferno (v. 9, canto III), che ammoniscono chi entra a lasciarsi alle spalle ogni speranza di salvezza dall'eterna dannazione.

“Il gran rifiuto”- Colui che “fece per viltade il gran rifiuto” (v. 60) nel canto III dell'inferno altri non è che Celestino V, il papa che rinunciò al pontificato (dove gli successe Bonifacio VIII, tra i promotori dell'esilio di Dante), in favore di una vita eremitica. Egli si trova fra coloro che vissero “sanza 'nfamia e sanza lodo” (v. 38): gli ignavi, persone che in vita non ebbero il coraggio di prendere una posizione tra bene e male, evitando di assumersi le proprie responsabilità. “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”- Sempre nel canto III ha origine un altro famosissimo proverbio. Con queste parole (spesso riportate con la variante “non ti curar di loro") Virgilio esorta Dante a non parlare con gli ignavi, rivolgendo loro la stessa indifferenza e apatia che essi ebbero nei confronti del mondo quando erano in vita.

“Galeotto fu…”- Nella versione originale la frase termina con “'l libro e chi lo scrisse”, oggi invece viene completata con le espressioni più variegate. Ci troviamo nel famosissimo canto V dell'Inferno, dove Francesca racconta al poeta il suo infelice amore per Paolo. I due amanti si innamorarono leggendo un libro sulle imprese di Lancillotto e i cavalieri della Tavola Rotonda, dove fu proprio Galehaut, siniscalco di Ginevra, a spingere la regina tra le braccia del bel cavaliere, tradendo così re Artù. Il libro che la coppia di Rimini leggeva - prima di abbandonarsi ad un peccaminoso bacio - ha dunque assolto lo stesso compito che nel racconto cavalleresco fu di Galeotto: spingere l'uno tra le braccia dell'altra.

“Fatti non foste a viver come bruti...”- “...ma per seguir virtute e canoscenza” (vv. 119-120, canto XXVI). È con queste parole che il personaggio di Ulisse incita i suoi compagni a seguirlo nella folle impresa di attraversare le colonne d'Ercole (lo stretto di Gibilterra), un tempo ritenute i confini del mondo. Oggi è un'espressione proverbiale, usata per esortare a vivere come uomini e non come bestie, seguendo la virtù e e la scienza come grandi ideali.

“Cosa fatta, capo ha”- Proverbio toscano che Dante cita nel canto XXVIII dell'inferno con le parole "capo ha cosa fatta" (v. 107). Il poeta riporta la frase attribuita a Mosca dei Lamberti, che pronunciò il celebre motto durante una riunione indetta per uccidere Buondelmonte dei Buondelmonti. La frase risoluta significa che un'azione, quando viene fatta, ha sempre un capo, ovvero un fine, uno scopo preciso, mentre l'indugiare non porta a nulla.

“Stai fresco”- Un'espressione comunissima, che deriva dalla struttura stessa dell'Inferno dantesco. Nel nono cerchio, il punto più basso del regno di Lucifero, si trovano i traditori, macchiati del peccato più grave agli occhi di Dio. A seconda della gravità della colpa, essi sono più o meno immersi nel Cocito, un enorme lago ghiacciato. Nel XXXII canto con l'espressione “la dove i peccatori stanno freschi” (verso 117), il poeta si riferisce proprio a questa zona, dove i dannati vengono colpiti da gelide raffiche di vento prodotte dalle ali di Lucifero. Grazie alle potenti immagini del poeta, l'espressione viene ancora usata per indicare qualcosa che andrà a finire male.

“Il fiero pasto”- Un pasto bestiale, disumano, ovvero quello che il Conte Ugolino sta consumando nel canto XXXIII dell'Inferno. Quando Dante e Virgilio arrivano al suo cospetto, il dannato imprigionato nel ghiaccio sta letteralmente divorando il cranio dell'arcivescovo Ruggieri, colui che in vita fu la causa di tutte le sue sventure. Un vero e proprio atto di cannibalismo, attraverso cui il Conte cerca - invano - di vendicarsi. “Il bel paese”- Sempre nel canto del Conte Ugolino, Dante si abbandona ad un'invettiva contro la città di Pisa, definendola “vituperio de le genti” di quel “bel paese là dove 'l sì suona” (vv.79-80). Il poeta definisce la Penisola un “bel paese” dove si parla il volgare del sì, ovvero l'italiano volgare.