dall'inviato

Firenze, 11 ottobre 2018 - "La missione è conclusa, adesso tocca al paziente mettercela tutta per riprendere in mano quella vita che gli stava sfuggendo". Cominciamo dalla fine, con le parole che Massimo Pieraccini, responsabile del Nopc (Nucleo operativo di protezione civile), dedica al paziente in attesa di trapianto al quale ha consegnato le cellule tanto agognate. Pieraccini guida l'associazione di Firenze che da 25 anni si occupa di logistica dei trapianti e che in questo quarto di secolo ha contribuito a salvare diecimila vite. In passato il Nopc si è occupato spesso anche di trasporto di organi, oggi la sua attività è quasi esclusivamente dedicata al midollo osseo, o per meglio dire le cellule progenitrici usate per i trapianti per i malati di leucemia. E non si tratta di prendere un mezzo e recapitare un pacco: servono molte qualità, dal sangue freddo alla conoscenza dei tragitti, dal sapersi rapportare con le autorità aeroportuali (talvolta insensibili e perfino ostili quando c'è da far salire a bordo il frigo con le cellule: sembra impossibile ma è capitato) al saper affrontare ogni imprevisto, da uno sciopero improvviso al maltempo. E non è roba da poco quando capita di essere chiamati a ritirare il dono della vita in Sudamerica per portarlo entro poche ore in Australia. Non è facile trovare un donatore compatibile e quando capita... c'è solo da partire e fare bene e in fretta.

Un ruolo fondamentale, oltre al volontario in viaggio, lo svolge la sorella di Pieraccini, Patrizia, che oltre a essere direttrice dell'associazione è anche la vera e propria cabina di regia della settantina di volontari su cui il Nopc può contare. La maggior parte viene dallla Toscana ma è ben rappresentato il Nord; di recente si sono aggiunti anche due stranieri, una in Francia e una in Argentina. "E' gratificante - dice Massimo - sapere di aver fatto appassionare alla nostra attività una persona che vive dall'altra parte del mondo".

Siamo andati in viaggio con Pieraccini per un trasporto, nei giorni in cui il Nopc di Firenze calcola che sarà compiuta la missione numero diecimila. Un incarico sulla carta più facile della media perché da svolgere tutto in Italia: c'è da andare in Piemonte, a Cuneo, a ritirare le cellule che un generoso e anonimo donatore ha messo a disposizione di un paziente da trapiantare all'ospedale San Raffaele di Milano.

LA PARTENZA - Alle 7,45 la macchina del Nopc parte dalla sede di via del Romitino, in zona Statuto, e punta verso l'A11. Pieraccini apre la app appositamente realizzata per l'associazione che permette di geolocalizzare chi è in viaggio, aggiornando su ogni singolo passo: la partenza, il ritiro, la ripartenza, la consegna e infine la conclusione. Un sistema di tracciabilità che serve per informare non solo l'associazione, ma anche i centri trapianti, che possono accedere al sistema per vedere a che punto è il viaggio.

La partenza

"Andiamo a Cuneo - spiega Pieraccini - per ritirare le cellule che poi porteremo a Milano. Dovrebbe essere una missione facile, traffico permettendo. Però calcoliamo che le cellule possono attendere fino a 24 ore prima di essere trapiantate e in certi casi anche 36, penso che da Cuneo a Milano faremo molto prima...". Tuttavia l'attenzione è alta e il veterano Pieraccini adotta tutti i trucchi del mestiere. Un esempio? Mangiare e bere poco, così da non appesantirsi e da poter ridurre anche le eventuali soste. "E studiare un piano B in caso di intoppi - continua Massimo - del resto il nostro lavoro si basa molto sulla prevenzione. Per esempio, quando scegliamo un aeroporto in Germania sappiamo che d'inverno è meglio Monaco di Francoforte perché c'è un minor rischio di neve".

Certo che la parte più difficile... è uscire da Firenze, ma una volta passato il centro urbano c'è solo un passaggio che preoccupa: l'abitato di Genova. E così, lasciata la Firenze-Mare, imbocchiamo la A12 e a Genova usciamo: sono passate due ore dalla partenza. Fuori dal casello ci aspetta un'altra volontaria, Deborah Croce (nella foto), genovese, che si prende la briga di farci da guida nel traffico cittadino di Genova, che dobbiamo affrontare a causa del crollo del Ponte Morandi.

L'incontro con Deborah Croce

Le macerie del ponte sul Polcevera sono alla nostra destra mentre Deborah ci conduce a Pegli. Ci salutiamo e ripartiamo in autostrada: fino a Cuneo fila tutto liscio e a mezzogiorno siamo davanti all'ospedale Santa Croce e Carle.

IL RITIRO - Entriamo in ospedale e la dottoressa ci informa che ci sarà da aspettare fino alle 13: il tempo di fare una pausa e le lancette sono già volate sull'uno. La sacca con le cellule viene consegnata a Massimo che la avvolge in un panno isolante e la ripone nel contenitore frigo, non dissimile da quelli che usiamo per portare il pranzo in spiaggia, con dentro le stesse ghiacciaie blu. Solo che in questo scrigno viaggia la vita e c'è scritto di non passarlo ai raggi X... Il termometro indica la temperatura, che Massimo monitora per tutto il viaggio: deve stare fra 2 e 8 gradi, non deve salire eccessivamente e soprattutto non deve scendere troppo.

Il ritiro a Cuneo

Usciamo da Cuneo, passiamo da terre di grandi vini nell'Astigiano, ma purtroppo non siamo in gita e non ci si può fermare per un assaggino: anzi, le strade percorse da molti trattori (siamo in territorio agricolo) rischiano di rallentarci ma il traffico è scarso e con qualche manovra da pilota consumato Massimo ci porta fuori dalle secche.

LA CONSEGNA - Non sono nemmeno le 16 quando arriviamo al San Raffaele di Milano. Un centro enorme che attira pazienti da tutta Italia. Qui si vede che Massimo è di casa: conosce a menadito il percorso fino al laboratorio dove lo accolgono come un vecchio amico. Pochi minuti e il "comitato d'accoglienza" è schierato: la sacca viene censita e riposta in una teca per conservarla. Sarà analizzata e il giorno successivo infusa nel paziente.

La consegna al San Raffaele

Strette di mano, saluti e un "alla prossima", con riferimento sì alla prossima volta che ci vedremo, ma anche alla prossima vita da salvare.

IL RITORNO - La tensione crolla: la missione è compiuta. "Da ogni decisione che prendi - spiega Pieraccini - può dipendere la sopravvivenza di una persona: ecco anche perché ci sono volontari che hanno bisogno di tempi di recupero dopo le missioni, sono esperienze che ti segnano".

Possiamo prendere l'Autostrada del Sole e puntare verso Firenze, non prima di una sosta in autogrill. Già, perché nella concentrazione del trasporto ci siamo dimenticati di pranzare. Nel portabagagli però c'è la focaccia ligure che ci ha regalato Deborah quando ci siamo incontrati a Genova: basta comprare la mortadella e la 'merenda del volontario' è presto fatta. Il Cielo è benigno e il traffico, che a questo punto sarebbe solo una lieve scocciatura e non più un pericolo per la missione, resta fluido perfino da Bologna a Firenze. Alla fine i chilometri percorsi sono mille, la vita che può tornare a sbocciare invece è una sola. E nel grande mosaico di persone diverse e diverse competenze che hanno aiutato un malato a tornare a sperare c'è anche una tessera messa dal Nucleo operativo di protezione civile e dai suoi "angeli".