Carlo Doglioni, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia
Carlo Doglioni, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia

Borgo San Lorenzo (Firenze), 15 dicembre 2019 - Era programmato da tempo, l’evento conclusivo per il centenario del terremoto del Mugello, quello che il 29 giugno 1919 portò distruzioni e morte. Ed esperti geologi di livello internazionale, membri dei principali istituti scientifici erano stati convocati a Borgo San Lorenzo per parlarne. Il sisma di una settimana fa ha reso di grande attualità il convegno, che ha vissuto anche in diretta una scossa, alle 17.55, di magnitudo 3.0. E tra gli esperti c’era anche il professor Carlo Doglioni, presidente dell’Ingv, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

«Intanto diciamo che la sequenza di scosse è ancora in corso» ha detto. «Molti eventi sono con magnitudo inferiore a due, alcune superano i due di magnitudo e comunque la serie è attiva. Diciamo dunque che sequenze di questo tipo nel 90% dei casi si chiudono nel giro di alcune settimane, ma nel 10% dei casi possono evolvere in terremoti di magnitudo maggiore. Quindi l’attenzione deve rimanere alta perché non possiamo escludere del tutto che ci possano essere eventi tipo quello del 1919».

Dobbiamo dunque preoccuparci?
«Nessuno sta dicendo che ci sarà ma non è possibile dire che non ci sarà. Anche perché l’evento del 1919 ha avuto una evoluzione, una sequenza molto simile a questa. Dal 1985 ad oggi nella zona ci sono stati quattro casi di terremoti con magnitudo superiore a 4 che si sono conclusi in nulla. Però...»

Il suo suggerimento?
«Vengo qui per la prima volta. Ho visto una scuola antisismica, vedo in generale un’attenzione al rischio simico e questo è molto positivo. L’importante è che la popolazione sappia e sia cosciente e che venga fatta un’educazione a livello scolastico».
 

Previsioni è inutile farne, comunque...
«Oggi noi non sappiamo prevedere i terremoti, perché forse non abbiamo gli strumenti giusti per prevederli, per monitorare e interpretare quei segnali che la terra ci può dare. Forse ci arriveremo. Ma il problema non è tanto quello di prevedere i terremoti, perché se anche riuscissimo a farlo ma non siamo in grado di costruire in maniera antisismica il problema non lo risolviamo. Non c’è alternativa. I terremoti non possono essere fermati. L’energia in gioco è tale che l’uomo non può fare nulla per bloccarli. L’importante è avere una cultura e un rapporto diverso con la natura che ci permetta di convivere con i rischi naturali».
 

State studiando il Mugello dei terremoti?
«Abbiamo aumentato qui il numero delle stazioni, e abbiamo avviato anche analisi di altro tipo: ad esempio nei pozzi di acqua le variazioni di temperatura, di composizione chimica, di profondità delle falde, osserviamo i dati satellitari, tutti i parametri possibili cerchiamo di monitorarli».
 

Da un punto di vista geologico, cosa sta accadendo al Mugello?
«In questo settore dell’Appennino la catena si sta allargando di circa 4 millimetri l’anno, che vuol dire 40 centimetri al secolo; così ogni due-tre secoli questo movimento può dar vita a un terremoto di magnitudo 6-6.5. Questo accade in tutta la catena appenninica, e l’effetto è più forte, man mano che si scende verso le Marche e l’Abruzzo per raggiungere l’apice, in termini di effetto, in Calabria».