The Mall
The Mall

Firenze, 21 settembre 2015 - Sfide Metropolitane è un reportage sulla crisi realizzato da quattro giovani fiorentini. Ogni lunedì, sulle pagine online de La Nazione, racconteranno con testi, foto e video tutti gli aspetti della crisi, le storie di chi si trova in difficoltà e di chi ce l'ha fatta. Ecco la sesta puntata, con la tappa Firenze-The Mall (Leccio), di 24,5 chilometri.

Le recenti cifre pubblicate dal Centro Studi Turistici di Firenze hanno confermato la presenza di ben 800mila persone in più rispetto ad un anno fa, per metà stranieri, che hanno scelto la nostra amata regione per le loro vacanze. Il turismo, spesso definito il petrolio della Toscana, in Italia occupa più di un milione di addetti, dieci volte più del settore chimico, con un indotto di 2 milioni e mezzo di persone, inclusi gli artigiani che cuciono i gilet dei camerieri dei nostri hotel. Si tratta di cifre che per alcuni sottolineano l’arretratezza del sistema economico di un paese incapace di competere nei settori più dinamici e avanzati e ripiega su monumenti, spiagge e chiese, mentre per altri mettono in luce le potenzialità attrattive di un territorio ricchissimo di bellezze artistiche e paesaggistiche ancora tutte da valorizzare.

C’è però anche chi cerca un incrocio, un connubio tra i settori produttivo e ricettivo, legando il saper fare di qualità con il turismo, magari sfruttando un territorio esplorato, come quello della moda: è il caso di Leccio, paesino nel Comune di Reggello, dove nel 2001 è nato The Mall, ovvero un centro commerciale che ospita una trentina di marchi di lusso, in circa altrettanti negozi, a prezzi da outlet. L’idea di poter fare shopping di marca a prezzi relativamente vantaggiosi, sette giorni su sette a orario continuato, piace, attira, funziona. La giornata al The Mall è un’esperienza che in molti hanno fatto almeno una volta, anche solo per andare a curiosare, ed è un’esperienza molto diffusa soprattutto tra i turisti che transitano e gravitano intorno alla città della Cupola del Brunelleschi.

Una mattina di metà settimana arriviamo che i negozi sono ancora chiusi e dietro alle vetrine si fanno gli ultimi preparativi per l’apertura. Andiamo a fare colazione al bar e poco dopo veniamo raggiunti da Tommaso, dottore commercialista e coordinatore toscano di Italia Camp, nato e cresciuto in questa zona, che grazie al suo lavoro può darci una lettura interna di come funzionano le cose da queste parti. “La crisi è uno stato d’animo”, è il primo appunto di una conversazione che, seppur qui giace decontestualizzato, vogliamo riportare come nota introduttiva di questo racconto, perché crediamo abbia i suoi grani di verità.

“Il Valdarno ha un tessuto imprenditoriale dinamico per attitudine e un territorio che si espande da Rignano a Bucine, in provincia di Arezzo, con San Giovanni come spartiacque. Da anni si accarezza il sogno della Valdarnia, come unico comune da costituire, ma questa è un'altra storia”, inizia a fissare i primi punti Tommaso. La pratica parla di un tessuto socio-economico che grazie alla comparsa del centro di grandi boutique ha permesso alle nuove generazioni un’ alternanza tra studio e lavoro e un migliore livello occupazionale rispetto ad altre zone limitrofe. Il complesso è stato il frutto di un’idea privata, investita di beneplacito pubblico, con cui si è cercato di creare un’attività coerente e solida, senza troppi fronzoli. Prova ne è il fatto che non sono nate strutture ricettive ex-novo sull’onda di alcuna tentazione di grandeur: qui i visitatori sono solo di passaggio, volontariamente o perché portati all’interno di un tour.

Ma il polo cresce e va verso una propria identità scandita anche dall’inizio, pochi mesi fa, dei lavori per la costruzione di un asilo nido a gestione privata, che accoglierà inizialmente i figli dei lavoratori per poi aprirsi ai bambini residenti nel Comune, anche in previsione di un’espansione del centro commerciale, che ad oggi conta circa 400 addetti per circa 2 milioni e mezzo di visitatori all’anno. Servizi e sconti rendono questo outlet delle grandi marche un luogo più abbordabile, privo del peso e dell’eventuale imbarazzo che si potrebbe provare ad entrare in un negozio di lusso, rendendo l’esclusività più accessibile. Non è come passeggiare per via Tornabuoni, ma non è questo lo scopo.

Tommaso ci parla poi di un fenomeno che tecnicamente si chiama backshoring, ovvero quegli eventi succedutisi di recente nei locali comparti dell’industria manifatturiera che possiamo anche mettere nella rubrica del ‘si torna a casa’. In pratica quei produttori che avevano deciso di approfittare delle opportunità fornite dai mercati del lavoro esteri, hanno deciso di riportare in zona le produzioni delocalizzate anni prima perché il vantaggio sui costi andava a detrimento della qualità in maniera profonda. Scorrendo la lista delle firme presenti nell’outlet notiamo una cosa che a prima vista può sembrare del tutto naturale, ovvero che di queste solo una piccola parte appartiene a aziende con sede, se non proprio del Valdarno, comunque nella città metropolitana. Ci diciamo che un posto pensato a questa maniera quasi per necessità deve avere delle firme di grande richiamo, presenti in corsi, boulevard e strade di mezzo mondo. Però, ci chiediamo, non sarebbe praticabile applicare un modello simile alle aziende con forte radicamento sul territorio, creare una vetrina vera delle tante produzioni di eccellenza che ancora hanno sede nel Valdarno, per esempio.

Il modello The Mall è un ottimo veicolo di commercializzazione, però istituisce rapporti parziali e potenzialmente flebili con il territorio. Gli artigiani ed i produttori medi e piccoli hanno un grande collegamento con il territorio, ma un bassissimo potere commerciale - tolte poche eccezioni. Un ragionamento forse ozioso, ma semplice: un polo commerciale delle eccellenze del territorio è possibile? Rivolgiamo la domanda a Tommaso, che ha una passione accademica per lo sviluppo locale, e le risposte che ci fornisce sono legate molto alla pratica e poco alla teoria. Perché basta l’esperienza diretta con le aziende per vedere come anche gli aggiornamenti più elementari, come può essere l’utilizzo di un foglio Excel, alle volte rappresenta un ostacolo insormontabile per molti degli artigiani sparsi sul territorio.

Ciò succede perché il ruolo dell’artigiano del terzo millennio, da queste parti, stenta ad affermarsi. C’è una forte resistenza del tessuto imprenditoriale “vecchio stile”: l’innovazione non è arrivata e gli strumenti, che servono per poter stare al passo con i tempi, non sono stati ancora assorbiti. Le idee vengono trasformate in materie concrete, ma in maniera romantica siamo ancora ad una forma operaia e scarsamente imprenditoriale, laddove invece è proprio la capacità imprenditoriale che in questi casi servirebbe per capire, prima di poterli soddisfare, i bisogni del consumatore moderno. Un polo della qualità artigiana, proprio qui, dove l’outlet già attira visitatori e acquirenti, è un’idea che ci sfiora per un attimo. Ma gli artigiani dovrebbero riuscire a consorzarsi, a trovare una salda unità d’intenti, magari di concerto con le associazioni e le istituzioni pubbliche: un iter che, con tutta onestà, scoraggia anche chi lo descrive, così, in poche battute di tastiera. The Mall ha funzionato per molti motivi, e probabilmente la gestione privata e la capacità imprenditoriale di affrontare problemi inediti e trovare soluzioni positive hanno giocato un ruolo determinante.

Quando chiediamo a Tommaso, in chiusura, un menzione speciale per una azienda che si segnalasse per dinamicità e capacità di crescere rimaniamo sorpresi: si tratta di una società leader nel proprio settore che produce software gestionali e offre servizi avanzati a chi svolge un’attività economica, ovvero la Zucchetti di Terranuova Bracciolini, un’impresa che si prende cura di altre imprese. Sì, più o meno siamo al paradosso.

Testo di Lapo Cecconi, Gianluigi Visciglia, Jacopo Naldi. Foto di Eva Bagnoli.