OLGA MUGNAINI
Cronaca

Se la libertà è clandestina. L’arte diventa resistenza

Nelle celle dello storico carcere delle Murate la personale di Mariana Ferratto "Racconto la dittatura argentina come esperienza personale e colletiva".

Se la libertà è clandestina. L’arte diventa resistenza

Se la libertà è clandestina. L’arte diventa resistenza

Il ciondolo che porta al collo è un osso di cotoletta, lucido come l’avorio e intagliato delicatamente col disegno di una colomba che vola sopra una città. Lo ha fatto sua madre studentessa universitaria, mentre era prigioniera politica in Argentina sul finire degli anni Settanta. Un’arte inventata per non impazzire in cella, per tentare, insieme agli altri reclusi dal regime dittatoriale, di salvarsi dall’isolamento e dall’inattività usati come metodo di distruzione fisica e psicologica dei detenuti.

Ma l’artista italo-argentina Mariana Ferratto ha fatto più che conservare un ciondolo della madre. Ha cucito insieme le storie di tanti prigionieri politici argentini, raccontando come la creatività sia stata per loro la via di fuga e di sopravvivenza. Tutto ciò adesso è diventato una mostra che Mariana Ferratto presenta al Mad Murate Art District, dove da gennaio è artista in residenza.

Piccoli video coi testimoni della prigionisa raccontano come si fossero inventati ’artisti’, rubando fili dagli asciugamani, grattando la ruggine per fare colori, nascondendo gli ossi del pranzo per scolpire piccoli ogghetti.

Realizzata con il contributo di Fondazione CR Firenze, l’esposione ha il significativo titolo di "Libertà clandestine", che trova il suo ruvido, claustrofobico, angosciante quanto perfetto palcoscenico nelle celle dello storico carcere fiorentino, anch’esso patito da tanti prigionieri politici.

"La mia ricerca artistica – racconta Mariana Ferratto - ruota da sempre intorno al tema dell’identità nelle sue molteplici declinazioni ed è in intima connessione con la mia storia personale. Sono figlia di due ex prigionieri politici, incarcerati durante il colpo di stato militare argentino del 1976 e poi esiliati in Italia. Il mio intento non è solo personale: desidero ricongiungere le vicende soggettive a quelle collettive dando voce alle testimonianze dei sopravvissuti". "Le opere ricostruiscono atti di resilienza in modo delicato e intenso - spiega Valentina Gensini, curatrice della mostra e direttrice del Mad – : gesti silenziosi, azioni artistiche, manufatti ricostruiscono la tenacia di un gruppo di uomini e donne che hanno condiviso la prigionia e poi l’esilio". "Un progetto di resistenza che assume in questo luogo un significato più ampio - afferma la vicesindaca e assessore alla cultura Alessia Bettini –, andando a testimoniare il significato dell’arte come motore di libertà, sopravvivenza e ricerca di senso collettivo". Negli spazi del carcere duro è presentata anche l’installazione audio Affiorare: un’ottantina di piccoli fiori realizzati dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Firenze.