Firenze, 6 marzo 2018 - «All'improvviso ho sentito quattro o cinque colpi in aria, non capivo di cosa si trattasse. All’inizio ho pensato a dei petardi, a qualche scherzo dei soliti ragazzini. Ho preso in braccio la mia bimba e mi sono allontanata. Mentre andavo via ho visto un uomo a terra. Mia figlia ha iniziato a piangere e io continuavo a non capire».

Ha la voce che le trema e gli occhi lucidi mentre lo racconta. Lei passava di lì per caso, con sua figlia, proprio come Idy Diene, il 54enne ucciso da sei colpi di pistola. «Poteva capitare a me e alla mia bambina, mi sento cattiva a dirlo ma è stato il mio primo pensiero» dice con le lacrime che continuano a scendere a dirotto.

Ai poliziotti che lo hanno portato in questura, l’assassino, Roberto Pirrone, ha raccontato che avrebbe voluto togliersi la vita. Ma poi, non trovando il coraggio, avrebbe deciso di sparare per finire in carcere. Inizialmente avrebbe incrociato una famiglia con bambini, desistendo dalle sue intenzioni. Poi ha colpito Diene, uccidendolo. Sul posto sono subito arrivati i soccorsi: ma i tentativi di rianimare l’uomo sono stati inutili. «Io l’ho visto. L’ho guardato dritto negli occhi, come si guarda un assassino» racconta con la voce spezzata dalla rabbia un’abitante. «Aveva una giacca rossa e una borsa a tracolla - le sue parole - camminava piano piano per via di Melegnano. Non correva, aveva la faccia di uno che sapeva che sarebbe stato catturato. Era impassibile, indifferente, nessun cenno di rimorso sul suo viso, è questo che ci ha fatto più rabbia. Eppure ha ammazzato un uomo». Nessun tentativo quindi di scappare. Tanto, che quando è stato fermato da alcuni uomini dell’esercito, mentre ritornava verso il ponte Vespucci, senza dire una parola e muovere ciglio ha alzato le braccia e si è consegnato. «L’ho visto - prosegue - con le mani rivolte verso il cielo. Aveva lo sguardo perso nel vuoto e ha detto frasi del tipo «Mi fa schifo questa vita, portatemi in carcere». A questo punto Pirrone è stato immobilizzato, messo al muro e perquisito. Rabbia e incredulità nel salotto buono fiorentino di fronte alle ambulanze e al via vai di macchine della polizia. «Non abbiamo parole - non usa mezzi termini Mamadou Sall, portavoce della comunità senegalese -, questo è stato un omicidio gratuito. Noi non siamo polli da ammazzare, qualcuno però sembra ci consideri così. Ci stiamo organizzando tutti insieme per dare un segnale forte alla città«. «Il copione è lo stesso di piazza Dalmazia, è la seconda volta che la città ci strappa un connazionale - sottolinea Pape Diaw, altro rappresentante della comunità -. Ed è accaduto proprio nel giorno in cui hanno vinto le elezioni i fascisti. Vogliamo andare fino in fondo, non crediamo che si tratti di un folle. Dietro c’è ben altro, l’odio e il razzismo».

Rossella Conte