Pape Diaw
Pape Diaw

Firenze, 14 novembre 2019 - Odio, paura. Due facce della medaglia al demerito. «Quello di non avercela fatta a battere il razzismo», dice Pape Diaw che ormai è fiorentino. Senegalese, è qui da 38 anni. E ora ne ha quasi 60. Già, i rigurgiti di un fenomeno che sembrava vinto si riaffacciano con violenza anche nella democratica Firenze. Aperta. Fin dai tempi del sindaco santo Giorgio La Pira dei ponti di pace. Eppure proprio qui, otto anni fa, c’è stata la strage di piazza Dalmazia, poi lo scorso anno l’omicidio sul ponte Vespucci. Episodi? «L’esplosione della follia xenofoba può succedere ovunque, ma i piccoli e gravi segnali del razzismo strisciante devono essere quelli che ci inducono all’azione». Pape per quattro anni, ai tempi di Domenici sindaco, è stato impegnato in consiglio comunale. Lui, alla guida della comunità senegalese fiorentina per lungo tempo, ha poi passato il testimone a Mamadou Sall, ma continua a essere un riferimento per il suo popolo. «Noi cittadini di colore siamo i bersagli preferiti – dice Diaw – Il colore della pelle fa la differenza: stiamo vivendo una vera e propria afrofobia».

«Percepisco il clima di paura dei miei amici e la diffidenza la sento anche addosso a me, negli sguardi diversi, cambiati». Che cosa è successo, quando è successo? «Ho brutti presentimenti da circa un anno, da quando i ragazzi africani hanno iniziato ad avere problemi a trovare casa in affitto – racconta Pape – Ora non è praticamente più possibile trovare un posto letto a Firenze con contratto regolare, bisogna andare nelle campagne». Pape illustra il fenomeno degli affitti, lo applica come cartina di tornasole: «E’ il primo segnale di recrudescenza del razzismo, il mercato degli affitti lo recepisce subito». Da quanto tempo non accadeva qualcosa di simile? «Dalla fine degli anni Novanta, quando ci fu una massiccia campagna migratoria. Il Comune fece da garante a tante persone».

E’ tornata quella fase. E forse la febbre è più alta. «Sono quotidiani gli insulti: c’è chi li racconta, ma molti ancora non ne parlano, anche per una forma di pudore».

Pape, ce ne racconti uno... «Potrei raccontarne tanti. Tipo i ragazzi che non prendono più l’autobus quanto tornano a casa la sera, ma preferiscono farsi tanti chilometri in bicicletta». Perché? «Perché se perdono l’ultima corsa poi sono costretti a tornare a piedi, a camminare per ore». Ma perché dovrebbero restare a piedi? «Perché è successo e succede tante volte che gli autisti non li facciano salire alla fermata, tirando di lungo con il bus». Accade più spesso di quanto si immagini. E non perché nella notte non li vedono per via del colore della pelle. No, succede nell’elenco degli insopportabili soprusi. La politica di integrazione ha fallito, dunque. O forse peggio. «Il clima d’odio è alimentato dalla politica. Ma anche la società ha le sue colpe», dice Diaw. E anche la sinistra ne ha tante. «Firenze è da decenni nella coalizione mondiale contro il razzismo, unica città italiana con Bologna e Torino e non ha fatto nulla per contrastare il razzismo con i fatti», denuncia Diaw.

«Gli strumenti ci sono. E sono quelli della Carta di Bologna, un piano d’azione in dieci punti che esiste dai tempi di Prodi premier e che ogni amministrazione comunale può adottare». «Perché non è mai stata applicata?», domanda anche un po’ provocatoriamente Pape Diaw. «Se si continua a denunciare il razzismo senza contrastarlo, fra cento anni saremo ancora qui a raccontarci queste cose tristi».
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