Firenze, 12 settembre 2019 - Un giuramento di fedeltà che un marito pretendeva dalla moglie, giuramento che fece arrabbiare i parenti di lei: da qui nacque l'inseguimento tra rom che costò la vita a Duccio Dini. Era il 10 giugno 2018 e il 21enne, che era in motorino, morì travolto da una delle auto durante il tentativo di regolamento di conti.

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A raccontare cosa accadde, durante il processo in Corte d'Assise, è Bajram Rufat, l'uomo oggetto della spedizione punitiva. Rufat si è costituito parte civile. Dopo due anni di separazione dalla moglie per dissapori, l'uomo pretese da lei un giuramento di fedeltà, che filmò con il telefonino. Rufat ha risposto alle domande del pm Tommaso Coletta.

Il gesto di aver registrato il giuramento fece infuriare il padre e i fratelli della donna, che fu riportata in casa di loro, al campo nomadi del Poderaccio. E poi mandata da alcuni parenti in Belgio. Due giorni prima dell'inseguimento ci fu una colluttazione tra Rufat e il padre della donna, Remzi Mustafa.

Poi l'inseguimento e il tragico epilogo, seguito da giorni di tensione tra i residenti della zona del Poderaccio e gli abitanti del campo rom. Gli imputati nel processo per la morte di Duccio Dini sono sette, tra cui Remzi Mustafa e il figlio Antonio Mustafa, tutti accusati di omicidio volontario con dolo eventuale.

Nella seconda udienza del processo per la morte di Duccio Dini la Corte d'Assise di Firenze presieduta dal giudice Raffaele D'Isa, ha ammesso la costituzione di parte civile del Comune. "È importante - commenta il sindaco Dario Nardella- che siano state accettate le ragioni che fondano la legittimazione processuale dell'amministrazione comunale. La decisione della Corte d'Assise è significativa perché consente di dimostrare fattivamente la vicinanza del sindaco e dell'intera città alla famiglia e agli amici di Duccio nel loro immenso dolore".