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Firenze, morte di Duccio Dini: la faida fra rom è cominciata su Facebook

Dalle chat sul telefonino si evince come il clima tra le fazioni si sia presto surriscaldato. Fino ad arrivare al tragico epilogo

di STEFANO BROGIONI
Ultimo aggiornamento il 6 luglio 2018 alle 13:19

Firenze, 6 luglio 2018 - Pose da gangster e macchinoni, bambini e banconote in bella mostra. Non si sa dove finisca la finzione e cominci la realtà, a guardare i profili Facebook dei rom arrestati per l’inseguimento di via Canova in cui ha perso la vita il 29enne Duccio Dini. Per il social, i protagonisti si spacciano per studenti universitari, ma non disdegnano foto, vere, di loro accanto alle Ferrari, di pallone e tatuaggi. Ma qui, in questa vetrina che sembra scimmiottare le fiction sulla malavita organizzata, dove alla voce professione si legge «ladro», o «presso Gucci», han frugato anche i carabinieri del comando provinciale per ricostruire l’«antefatto».

La sera prima dell’agguato - Tra Messenger e le chat sul telefonino, si è infatti surriscaldato il clima prima di quella domenica 10 giugno, quando, dopo l’incontro-scontro in via Canova, è cominciata la rincorsa assassina, quella in cui ci ha rimesso chi non c’entrava proprio nulla con quella faida. E’ il matrimonio all’epilogo di Bajram Rufat, il bersaglio dell’inseguimento, la miccia da cui scoppia questo incendio. Bajram è il marito della figlia di Amet Remzi e con il suocero è già venuto alle mani. I carabinieri hanno ricostruito la moglie ha deciso di lasciarlo «dopo vent’anni di maltrattamenti». E’ pure fuggita: se n’è andata in Belgio. Il cugino di sua moglie, nonché nipote di Amet Remzi, Mustafa Dehran, è andato a cercarlo, il sabato sera prima della tragedia. «Dove sei? Sei morto stasera, esci fuori combattiamo come maschi, io sono sotto qui a casa tua», scrive. Poi, con il telefono di un altro, chiama e rincara: «Sono io, ti ammazzo io».

Il rebus guidatore - Ma chi guidava la Volvo che è finita addosso alla scooter di Dini fermo al semaforo? Nell’interrogatorio di convalida dei primi due fermi, quello di Remzi Amet e Dehran Mustafa, i due indagati hanno reso versioni inizialmente differenti, salvo poi correggere il tiro. Il supplemento di indagini dirette dal pm Tommaso Coletta hanno messo in evidenza che sulla Volvo erano in tre. Oltre a Mustafa e Amet, a bordo c’era un altro soggetto, Remzi Mustafa. Il guidatore - ripreso dalle telecamere - indossava una maglia bianca, mentre quello seduto al posto passeggero, brandiva una mazza.

I nuovi interrogatori - Stamani, nel carcere di Sollicciano, i quattro nuovi destinatari di misura cautelare in carcere sosterranno l’interrogatorio dinanzi al gip Antonio Pezzuti. Il gip, nella sua ordinanza con cui è scattato il carcere, spiega che le esigenze cautelari ci sono perché è praticamente certo che i rom indagati, se lasciati in libertà possano commettere dei reati della medesima indole, ritentando addirittura di uccidere. «La totale noncuranza da parte degli indagati verso i rischi provocati si evince fin dall’inizio della vicenda; fin da subito, quando gli indagati si trovavano ancora all’interno del parcheggio dell’Esselunga, essi hanno concretamente messo in pericolo con le loro condotte l’incolumità delle persone. Dal parcheggio è partito quell’inseguimento all’insegna del disprezzo totale della vita altrui: prima che l’auto carambolasse contro Duccio fermo al semaforo, altri utenti della strada sono stati sfiorati dal rischio di un incidente mortale».

Le accuse - Per il giudice, sussistono i gravi indizi relativi al tentato omicidio di Bajram per tutti e sei i componenti del commando. L’omicidio di Dini, invece, resta in capo a quattro di loro: oltre a Dehran Mustafa e Remzi Amet, anche ai nuovi indagati, Antonio e Remzi Mustafa.

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