Firenze, 14 settembre 2021 - Non si sono arresi ma hanno deciso di cambiare vita. Con il lavoro nel cuore e un disagio non più sopportabile. Medici in prima linea, professionisti già affermati con quindici anni di carriera alle spalle. Sei medici tra i quaranta e cinquant’anni, non dottori freschi di specializzazione, si sono dimessi. Hanno lasciato, si sono licenziati da Careggi. Lavoravano al pronto soccorso. E rappresentano l’emblema di una crisi di sistema.

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Il settore dell’emergenza urgenza sta asfissiando, in mezzo a un’emorragia inarrestabile di personale e a un ricambio insufficiente alle necessità minime a farla funzionare come dovrebbe. Le conseguenze saranno i cittadini a viverle sulla pelle se non si inverte rapidamente la rotta. In sei su un’équipe di 34 medici strutturati hanno detto stop. Basta lavorare tutti i sabati e le domeniche, tutti i giorni festivi, cinque notti al mese senza un adeguato riconoscimento economico.

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Il personale dell’emergenza urgenza è il più a rischio di sviluppare sindrome da burnout, il suo tempestivo e competente intervento può decidere tra la vita e la morte di un paziente. Ma difficilmente i medici impegnati anche in doppi turni riescono a fare libera professione per rimpinguare uno stipendio che non prevede indennità tali da far sopportare il sacrificio.

Dei sei medici del pronto soccorso, tre andranno a fare il medico di famiglia, e tre tornano all’università: uno per specializzarsi in anestesia, uno in igiene pubblica, uno in medicina generale. Un disagio che si avverte anche fra i neolaureati se tra i circa mille posti a disposizione per la scuola di specializzazione in medicina di emergenza urgenza (un percorso che dura cinque anni) la metà è rimasta vuota.

Ma più che di crisi di vocazione, nel settore si parla di consapevolezza di un sacrificio superiore alle possibilità di carriera, allo stipendio senza integrativi.

Mentre la disciplina di medicina e chirurgia di urgenza e accettazione è stata istituita in Italia nel 1997, la scuola di specializzazione in medicina d’emergenza urgenza in Italia è risale al 2009 ed è ufficialmente partita in 25 sedi universitarie nell’anno accademico 2009/2010, poco più d’un decennio fa. Nel resto del mondo lo sviluppo è molto precedente; dal 2000 adottata dalla Comunità europea e incorporata ufficialmente nella tabella delle specialità mediche.

Negli ultimi vent’anni ha avuto uno sviluppo iperbolico: la riorganizzazione del sistema dell’emergenza-urgenza (attraverso i vari piani sanitari nazionali, a partire dal 1996) ha visto nascere accanto al numero unico nazionale di emergenza, il 118, anche un nuovo assetto organizzativo e dunque professionale alle porte dell’ospedale e all’interno con la riorganizzazione dei pronto soccorso. Un sistema perfettibile che ora sta andando in pezzi. Con tutti i rischi correlati all’assistenza dei cittadini.

Approcciare un paziente che arriva in pronto soccorso significa occuparsi trasversalmente di una serie di temi clinici abitualmente di pertinenza di molte altre specializzazioni medico-chirurgiche, ma che vengono specificatamente declinate nell’ambito dell’intervento su eventi acuti. Senza tralasciare l’aspetto psicologico.

Se la crisi del sistema era iniziata prima dell’arrivo del coronavirus, la pandemia ha chiamato tutto il settore a un impegno straordinario, i professionisti hanno serrato i ranghi: grazie alle competenze dei medici d’emergenza-urgenza italiani, nella diagnostica ecografica, nella gestione dei malati critici e di ventilazioni non invasive, ha permesso di gestire un enorme numero di pazienti direttamente in pronto soccorso o nelle degenze di medicina d’emergenza-urgenza. Ma ora arriva l’onda lunga del superlavoro. Arrivano le dimissioni. Con il personale già ridotto all’osso. Un problema che dev’essere affrontato subito.