Simonetta e Anna Quieti
Simonetta e Anna Quieti

Firenze, 22 novembre 2019 - Era un sette settembre pieno di sole, a Bassano del Grappa. Il giorno del sesto compleanno di Simonetta, nel 1971. Lei avrebbe preferito essere avvolta nella nebbia, perché nessuno potesse vederla. Piangeva disperata. «Se qualcuno mi cerca viene qui», ripeteva tra i singhiozzi mentre mamma Anna e babbo Mario caricavano l’Anglia blu delle cose di tutta una vita da trasferire a Sansepolcro.

Chi sperava venisse a cercarla a Bassano, Simonetta? «La mamma di pancia», come distingue adesso lei la figura della donna che l’ha partorita – e che poi è stata costretta a lasciarla – dalla «mamma di cuore», Anna, che l’ha adottata e cresciuta con amore. E’ stata una battaglia lunga cinquant’anni, quella di Simonetta Quieti. Non s’è arresa mai. Si è sposata, è diventata mamma di Charlene. Ma ha continuato a cercare le radici. Una battaglia contro le leggi, le istituzioni, la burocrazia. Le ha tentate tutte: ha mandato in crisi anche il direttore sanitario dell’ospedale di Noale (una cittadina del Veneziano) che adesso è un presidio sanitario. Voleva la cartella clinica nella quale avrebbe trovato finalmente il nome della donna che l’ha partorita. Un documento che sino a quel momento le avevano detto essere andato perduto, nelle mille telefonate che aveva fatto sin da quando era ragazzina, con un piglio da combattente.

«Quel senso di abbandono e di rifiuto non ti abbandona più – racconta Simonetta che oggi ha 54 anni, vive a Firenze e fa l’interprete – Io non ho mai pensato di lasciare la mia famiglia adottiva, anche perché i miei genitori sono due persone meravigliose che mi hanno riempita d’amore, ma io avevo bisogno di conoscere le mie radici per capire chi sono».

Rifiutata, un brutto anatroccolo, poi un’anima ribelle. «Ero uno sgorbio ricoperto di peli da piccola. E a quei tempi all’orfanotrofio i bambini venivano selezionati – racconta – Le suore dicevano che secondo il pediatra non sarei cresciuta più di un metro e mezzo». Quanto sbagliavano, Simonetta è un metro e ottanta di bellezza. E alla fine ce l’ha fatta.

Anna l’ha vista e ha capito che era lei, con quei grandi occhi neri. Da figlia amata non ha smesso di cercare le sue origini e le ha trovate. Una fotografia sulla lapide del cimitero. Sua mamma era morta quando ha potuto conoscerne il nome: un incidente stradale. Grazie a un pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo e dopo con una sentenza della Corte di Cassazione (del 25 gennaio 2017) i figli, tramite il giudice del tribunale di residenza, possono ottenere informazioni se le madri che avevano chiesto l’anonimato acconsentono. Così Simonetta ha saputo dagli zii che sua mamma non aveva mai smesso di cercarla. Ha visto le sue foto, scoprendo di esserne un clone. E ora con il Comitato per il diritto alle origini biologiche di Napoli, aiuta figli e madri a ritrovarsi.
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