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Firenze, 6 settembre 2019 - Sono alcune decine i pazienti infettati negli ospedali toscani dal super batterio resistente agli antibiotici. I numeri vengono forniti dalla Regione una conferenza stampa. Nella quale l'assessore regionale alla Salute Stefania Saccardi dice che l'attenzione è alta da parte del personale medico. "L'importante - precisa - è non creare allarmismi".

Si chiama "New Delhi" (o più correttamente New Delhi metallo beta-lattamasi), il batterio scoperto nel 2009 in un paziente svedese che tornava dall'India, da qui il nome, particolarmente resistente agli antibiotici. Si tratta certamente di un batterio pericoloso soprattutto in pazienti fragili, già colpiti da altre patologie o immunodepressi, come i sessantaquattro casi registrati.

Dei 64 casi, 49 sono concentrati nell'area vasta nord-ovest, ovvero il territorio che si estende da Piombino fino a a Pontremoli passando per la Versilia e tutta la provincia di Massa Carrara, dalla costa fino a a Lucca e la Garfagnana con nel mezzo Pisa, dove i pazienti infetti sono ventotto ed altri otto a Livorno. Un dato che si spiega per la grandezza dei due ospedali ma anche la complessità delle patologie dei degenti ricoverati, che arrivano peraltro da tutta la Regione.

"Ma dobbiamo evitare allarmismi - ha spiegato più volte oggi in conferenza stampa l'assessore alla salute della Toscana, Stefania Saccardi - I numeri, sia pur più alti di quelli attesi, non sono tali, e già da mesi sono state messe in atto le misure necessarie per conoscere meglio il fenomeno ma soprattutto ridurne l'estensione".

Con il batterio "New Delhi", spiegano gli esperti, si può anche convivere tutta la vita senza problemi. Sono batteri che normalmente fanno parte della flora intestinale umana e che, solo in taluni casi, diventano resistenti appunto agli antibiotici. Il batterio è registrato ovunque in Italia. Passa da una persona all'altra per contatto. Per questo la profilassi da seguire è quella igienica, dal lavarsi le mani all'uso di presidi e strumenti monouso, fino all'isolamento del paziente, e deve riguardare non solo gli operatori ma i ricoverati stessi e i parenti che si recano in ospedale a far loro visita.

Agli infetti, spiega il direttore del reparto di malattie infettive dell'ospedale di Arezzo Danilo Tacconi, membro dell'unità di crisi che la regione ha attivato a maggio e tuttora attiva, a chi arriva con febbre, infezioni cutanee, renali o altri sintomi vengono somministrati cocktail di vari antibiotici: alcuni non più utilizzati in Italia e di cui tutte le Asl toscane si sono dotate, rifornendosi all'estero.