Un gruppo di bambini con la tradizionale kippah
Un gruppo di bambini con la tradizionale kippah

Firenze, 6 agosto 2014 - «ASSASSINO, sei un assassino». L’urlo è rivolto a un uomo ebreo che sta tornando a casa (nei pressi della sinagoga di via Farini) in bicicletta. L’uomo si volta e vede che l’offesa è partita da «un ragazzo di origine araba», poi decide di ignorarlo e prosegue per la sua strada. Si tratta di un episodio di intolleranza che è legato al conflitto israelo-palestinese. L’uomo porta la «kippah», il corpricapo usato dagli ebrei osservanti maschi (obbligatorio in singagoga, ma molti lo portano anche al di fuori) ed è così identificabile come ebreo, diventando bersaglio delle offese di chi, in modo del tutto arbitrario e ingiustificato, estende la critica alla politica di Israele a tutti gli ebrei, ovunque si trovino. 

«PURTROPPO — racconta l’uomo— l’episodio si è ripetuto e domenica sera mentre tornavo a casa mi hanno urlato ancora “assassino”, quando stavo per imboccare via dei Pilastri. Mi sono voltato e ho visto un gruppo di persone sugli scalini. Nessuno ha dato seguito alla cosa e allora mentre stavo per andarmene mi hanno offeso ancora, sempre chiamandomi assassino». Nonostante questi episodi, l’ebreo fatto oggetto dalle offese ha deciso di continuare a portare la «kippah»: «Non ho paura e non portarla più sarebbe un prezzo troppo alto da pagare. Se dovesse accadere di nuovo mi metterò un cappello sopra...». Il doppio episodio, però, lascia molta amarezza: «Tutto questo non ha fondamento, non ha senso — dice l’uomo — perché quello che succede in Medio Oriente è una questione molto complessa del Medio Oriente e nessuno trova la soluzione valida. Mettere insieme Israele e la popolazione di religione ebraica è già una cosa sbagliata dal punto di vista etico ed estetico. In più, anche se uno fosse un cittadino israeliano non si meriterebbe questa offesa, perché, comunque, c’è in mezzo un conflitto. che nessuno risolve. Se uno ha la soluzione giusta la dica a voce alta, invece di gridare “assassino”. Devo dire, però, che è la prima volta che mi accade e sono a Firenze da 15 anni». Per fortuna, questi due episodi sembrano essere abbastanza isolati nel clima fiorentino, meno “caldo” di altre città. 

«CONTINUO a pensare che Firenze sia una città più consapevole di altre delle differenze — dice Sara Cividalli, presidente della Comunità ebraica di Firenze — Una città che assegna il Fiorino d’oro all’arcivescovo, all’imam e al rabbino lo è di certo. Qui, a differenza di altre realtà, le manifestazioni pro-Palestina non sono sfociate in atti antisemiti. Certo, il fatto che qualcuno abbia insultato un membro della nostra comunità lo trovo riprovevole, ma per fortuna, non riflette il clima cittadino». Anche Cividalli stigmatizza l’equazione Israele-ebrei. «E’ un collegamento pericolosissimo — continua Cividalli — la comunità ebraica non è l’ambasciata di Israele in Italia. Stiamo attenti a non far diventare questo conflitto una guerra di religione. Anche per non confondere i due piani, come comunità abbiamo preferito non fare nessuna manifestazione pubblica, ma è chiaro che siamo profondamente legati a Israele. E in questo momento il nostro pensiero va a Israele e alle vittime del conflitto, ma a tutte le vittime».