L'abbraccio tra le due studentesse americane violentate

Firenze, 24 novembre 2017 - E' già processo, a tutti gli effetti. Senza esclusione di colpi, pure bassi. Anche se si trattava di un’udienza bandita ad orecchie esterne (per di più perché svoltasi nella modalità protetta per massima garanzia delle presunte vittime di violenza sessuale), i muri dell’aula bunker di Santa Verdiana non sono riusciti a contenere il clima rovente in cui si è svolto l’incidente probatorio di mercoledì: domande «hard», secondo le difese delle ragazze volte a costruire un’immagine fuorviante delle due studentesse, sistematicamente o quasi bocciata dall’“arbitro”, il giudice Mario Profeta, ma comunque tentate dai due legali dei carabinieri sott’accusa. Il più agguerrito, come era facilmente intuibile dalle premesse («Ho 250 domande per ognuna», ha dichiarato entrando nel bunker) è senza dubbio Giorgio Carta, ex carabiniere, difensore di Pietro Costa: dall’abbigliamento intimo di quella notte del 6-7 settembre, ai giudizi sull’«attrazione» della divisa. Quesiti che appena posti sollevavano l’ira del pm, Ornella Galeotti, e delle controparti. E di certo non hanno contribuito a snellire i tempi: dodici ore e passa in totale di udienza, al termine delle quali una delle due ragazze ha pure accusato un lieve mancamento, prima di riabbracciare, al termine, l’amica.
I numeri di telefono
Addentrandosi nella ricostruzione della notte iniziata alla discoteca Flò, i legali dei carabinieri hanno puntato il dito sulla circostanza che ci fosse il numero di telefono (ancora oggi) di uno dei due carabinieri nella memoria dello smartphone di una studentessa. «Verificheremo la tempistica con cui quel numero è stato memorizzato», dice l’avvocato di T., Francesca D’Alessandro. «Ha detto che non lo aveva e quel numero è tutt’ora memorizzato», stuzzica Carta. 
La chiamata al taxi
Per i legali delle studentesse, invece, ha un certo peso la chiamata interrotta al taxi, da cui dipende l’accompagnamento a bordo della gazzella. «Quella chiamata è stata interrotta volontariamente», ha detto ancora la D’Alessandro.
La perizia e l’alcol in casa
L’alcol è un punto centrale dell’indagine, perché con il tasso alcolemico a più di 2 grammi per litro, come ha stabilito la perizia depositata dalla consulente Elisabetta Bertol, il «consenso» al sesso sarebbe difficilmente esplicitabile, secondo l’accusa. La difesa di Costa e Camuffo cerca un jolly: «In casa c’erano degli alcolici». C. e T. potrebbero essere state sobrie prima dei rapporti e aver bevuto dopo? L’accusa sghignazza, visto che ci sarebbero le immagini delle telecamere del Flò e pure delle testimonianze che parlano di ragazze ubriache in discoteca.
Le tre inchieste
Oltre al procedimento penale, i due carabinieri devono fare i conti con altre due grane: quella disciplinare (per la quale sono stati sospesi dal servizio) e l’inchiesta della procura militare per mancata consegna e peculato. In quest’ambito, T. è già stata sentita, anche se in quella sede non potrà costituirsi parte civile.