Rossini/LaPresse
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Firenze, 15 novembre 2014 - "La cultura è nata qui, a Firenze. E l’unico modo per salvarla è ricordarsi che questa città oltre che quella etica del Savonarola, è la città estetica di Lorenzo il Magnifico. Ma che risente di ondate di populismo di bassa lega. Firenze è aristocratica sul piano della cultura, ricordiamocelo sempre. Da qui sono partite le grandi avventure dei futuristi, ci sono stati scrittori come Pratolini e Papini, poeti come Luzi e Bigongiari, registi come Visconti e Zeffirelli, c’è nato il Maggio Fiorentino e sono sorte riviste come La Voce. Eppoi, c’è un teatro come la Pergola. Ragazzi: Firenze è tutto". Giorgio Albertazzi, maestro del teatro italiano, ha in sé tutto l’orgoglio dell’ appartenenza: "Sono fiorentino, nato a Ponte a Mensola, sotto Fiesole nella dépendance della villa del famoso critico americano Bernard Berenson. Mio nonno era il suo maestro muratore: aggiustava, rifaceva le serre, il giardino e la manutenzione delle case. Fu così che diventai architetto".

Albertazzi: Firenze è ancora capitale della cultura?

«Sì che lo è. Ma deve vederla come me che sono per l’ultramamoderno che passi dentro la città, che si amalgami, che si contamini. Firenze non è un museo, semmai è un capolavoro. Putroppo credo che non sia più la capitale di un teatro vivo e coinvolgente come quando con Vittorio Gassman fondammo la prima Bottega Teatrale italiana. Eravamo alla Pergola e il direttore si chiamava Alfonso Spadoni. Un uomo con mille idee, tanta intelligenza. La Pergola era per il mondo un passaggio fondamentale per chi era a Firenze».

Lei ha portato Dante in piazza...

«Arengario di piazza Signoria, fine anni ’70. Ero con Anna Proclemer a recitare la Divina Commedia mentre la gente passava e poi si fermava ad ascoltare. Così abbiamo fatto noi, la prima volta, e poi con la Bottega Teatrale in piazza Santa Croce, quel che forse Dante avrebbe voluto. La prima volta in Italia. Somiglio a Dante».

In cosa, Maestro?

«Anche nel fatto che Firenze mi abbia esiliato. Mi sento un esule, come lui. Ho un progetto bello su Lorenzo il Magnifico per le strade di Firenze che si svolge tra la gente, perchè il teatro è vita. Non riesco a farlo e non sono in nessun teatro. Perchè? ».

Ricordi positivi?

«Ne ho tanti ma lontani. Di quando con Franco Zeffirelli eravamo a Londra a fare Amleto e ci chiamavano ‘i fiorentini’, e non ‘gli italiani’. Ricordo il mio Duke Ellinghton a Boboli, spartiacque per un certo tipo di spettacolo. Firenze è ancora capitale per me, ma attraverso la cultura che è passata: a me trasmette orgoglio. Anche se oggi non si ricorda di me».

Cosa le sta a cuore?

«Vorrei fare qui “Fiorenza” di Thomas Mann dove si parla di etica dell’arte e nonostante l’arte faccia domande, non dà tante risposte. E vorrei dire a Nardella che mi è simpatico: guarda che al mondo esiste Albertazzi e non è morto. Anzi è ancora vivo, vivissimo. Fai una cosa: chiamalo».