Il professore Sergio Givone
Il professore Sergio Givone

Firenze, 28 febbraio 2020 - Chiudere con una cancellata una strada pubblica: non è tanto dove, quando e perché. E’ il senso dell’intervento stesso. Da giovane ho conosciuto il grande architetto della stazione di Santa Maria Novella, Giovanni Michelucci. Mi raccontava cosa accadeva a Firenze negli anni della sua giovinezza, cioè all’inizio del secolo scorso. I proprietari dei giardini privati si facevano vanto di tenerli aperti, perché tutti i fiorentini potessero goderne, offrendo loro la possibilità di attraversare tutta la città. Era la loro città.

E' l’esempio di un modo di concepire Firenze esattamente opposto a quello di chi la pensa come luogo da chiudere e rinchiudere. Le case sono diventate fortezze, luoghi in cui ci si barrica dentro e non si partecipa alla vita comune. E’ vero, ci sono buone ragioni per chiudere la strada, una strada pericolosa, dove si vende droga. Ma chiudendo si spera forse che la droga non venga venduta? Figuriamoci. Lo spaccio si sposta altrove. E come conseguenza la città sarà sempre più chiusa. E’ quello che è accaduto quando i proprietari dei giardini, sempre riferendomi a quanto mi raccontava Michelucci, negli anni Cinquanta hanno iniziato a chiudere le aree verdi e a trasformarle in garage. Oggi non si può più attraversare la città, tutto è diventato proprietà privata e dove c’era un giardino oggi c’è un cancello. Anche se si chiude con le migliori intenzioni, credo che invece le città debbano essere tenute il più aperte possibile. Certo, più aperte in modo civile, ma è importante che le persone stiano all’aperto, insieme agli altri. Ciò consente di diventare sempre meno sospettosi del prossimo, che, standoci insieme, diventa un amico. Anche la tecnologia ha fatto la sua parte nel racchiuderci in tante piccole fortezze. Siamo individui, ognuno chiuso nel suo castello dove crede di essere in salvo perché l’altro è fuori. Invece siamo in gabbia. La tecnologia ci illude di poter fare a meno degli altri, perché abbiamo strumenti che ci permettono di comunicare. Questa illusione è terribile, perché fa di noi quello che non dovremmo essere, gli uni sospettosi degli altri, gli uni contro gli altri armati. Una situazione che ci ributta nella selva dalla quale veniamo. L’individualismo, coltivato nel proprio orticello, porta violenza, conflitto, mentre stare insieme, nella piazza, porta alla solidarietà e perlomeno a sopportarci.