Firenze, 5 novembre 2008 - E'’ finito sui giornali di tutto il mondo come il «padre» dell’avveniristico grattacielo in movimento che dovrebbe sorgere in Dubai nel 2010: una struttura con piani rotanti staccati uno dall’altro in grado di muoversi in modo indipendente.

 

Un affare da mezzo miliardo di dollari. Ma il sessantenne architetto fiorentino di origine israeliana David Haim Fisher è ora al centro di una serie di inchieste giudiziarie che lo vedono accusato di bancarotta fraudolenta per il crac di due società per azioni — «S.Dunhill Industries Italy» e «Comit — di cui era l’amministratore unico.
 

 

Per la vicenda «Dunhill», l’architetto Fisher (difeso dagli avvocati Renzo Ventura e Patrizia Polcri) è comparso ieri in tribunale con l’accusa di aver dissipato quasi 14 miliardi di vecchie lire del bilancio 1996 della società «effettuando nel ’94, nel ’95 e nel ’96, senza corrispettivo, ingenti spese per conto della società controllante «S.Dunhill General Industries to Israel Ltd» e altresì riversando, senza corrispettivo, alla detta società israeliana le somme ricevute a titolo di finanziamento dagli istituti bancari verso i quali il curatore (parte offesa nel procedimento, ndr) ha indicato al 31-12-95 un’esposizione della società fallita pari a quasi due miliardi di vecchie lire».

 

Fisher, sempre secondo il decreto che dispone il giudizio a firma del gup Lupo, avrebbe concorso «a cagionare il dissesto della società falsificando i bilanci societari, i libri e le scritture contabili, omettendo in particolare di effettuare nel libro giornale la rilevazione contabile di molte operazioni e fatti aziendali avvenuti nel ’97 e nel ’98 in modo da non consentire la ricostruzione del patrimonio e il reale movimento degli affari».
 

 

Il processo a Fisher per il caso del fallimento «Dunhill» doveva aprirsi ieri mattina ma il collegio giudicante ha accolto l’eccezione preliminare sollevata dagli avvocati Ventura e Polcri, annullando per un vizio di forma il decreto che dispone il giudizio e rimandando gli atti alla procura che dovrà ora chiedere un nuovo rinvio a giudizio e ripassare dall’udienza preliminare.
 

 

Anche perché, come è stato sottolineato ieri in aula, potrebbe essere utile un avvicinamento del caso «Dunhill» al caso «Comit». Riaguardo al crac di questa società, infatti, il professionista italo-israeliano sarebbe oggetto di una maxi-inchiesta condotta dal sostituto procuratore Gabriele Mazzotta e chiusa in queste ore: il pm ha infatti indagato per bancarotta fraudolenta lo stesso Fisher e un imprenditore greco.

 

Il caso «Comit» è un vero intrigo internazionale che ha al centro la costruzione di un’area industriale in Israele. Si parla di una distrazione di fondi per quasi 70 miliardi di vecchie lire attraverso un giro enorme di fatture tra varie società — riconducibili ai due indagati — per operazioni in tutto o in parte inesistenti che avrebbe toccato i paradisi fiscali di mezzo mondo: dalle Isole Vergini alle Cayman, dal Liechtenstein all’isola di Man.
 

In serata è arrivata una nota dallo stesso architetto Fisher che, in merito ai due crac, rileva che «in un primo momento era apparso che le società potessero tranquillamente concludere la loro esperienza tramite liquidazione in bonis. Successivamente è stato optato per la messa in stato di insolvenza. Su quest’ultimo punto — conclude la nota — la parola è passata alla magistratura nella quale riponiamo la nostra fiducia».