Alberto Bettiol
Alberto Bettiol

Castelfiorentino (Firenze), 9 aprile 2019 -  Si è laureato con lode all’Università del ciclismo, superando in un colpo solo tutti gli esami. La ‘prima’ di Alberto Bettiol da Castelfiorentino, 26 anni da compiere, è scolpita nelle pietre sacre del Nord. Nel ciclismo vincere il Giro delle Fiandre è come nel calcio conquistare la Champions League o nel tennis il Rolando Garros. Aggiudicarsi la Ronde alla maniera di Bettiol – scatto sul vecchio Kwaremont e cavalcata solitaria fino al traguardo – è come entrare nella leggenda dalla porta principale.

Bettiol, è consapevole dell’impresa che ha fatto?

«Sinceramente me ne sto rendendo conto piano piano. Volevo vincere una corsa, una qualsiasi, per sbloccarmi dopo anni di digiuno, ma farlo al Fiandre non me lo sarei mai aspettato. E’ la corsa monumento che più amo e vincerla è un sogno che si realizza».

Cosa ricorda del momento in cui ha deciso di salutare la compagnia e involarsi all’arrivo?

«Ho ancora nelle orecchie le urla della folla a bordo strada. Da pelle d’oca. Lassù il ciclismo è una religione. I corridori sono eroi. C’è un’atmosfera unica. La gente ti spinge incitandoti, e quando solo è una marcia in più».

Quando ha capito che ce l’avrebbe fatta?

«Agli ultimi 200 metri, quando mi sono voltato per la prima volta e ho visto il vuoto. Solo lì ho capito di aver vinto. Fino a quel momento ho pensato a pedalare più forte che potevo».

Cosa pensava durante i 14 chilometri che la separavano dal traguardo?

«Sono stati i più lunghi della mia vita. Non passavano mai. Avevo posizionato il Garmin (computer da bici, ndr) in modalità countdown e mi sembrava che non si muovesse. Dall’ammiraglia mi dicevano di continuare a spingere e di non voltarmi. Il Fiandre si vince sul filo dei secondi, anche una minima distrazione risulta fatale».

Quanti sacrifici ci sono dietro a questo successo?

«Questa vittoria è la punta di un iceberg dove sotto c’è una montagna di lavoro. Allenamenti, ritiri e rinunce. La più grossa forse è quella di aver eliminato dalla dieta la pizza. Il mio caro amico Beppe, che ha una pizzeria, ogni volta che vado a trovarlo me la offre. Gli ho ordinato di smetterla minacciandolo che non sarei più passato a salutarlo (ride, ndr)».

Uno strappo alla dieta non lo ha fatto neppure dopo questa vittoria?

«Me lo sono concesso domenica sera quando con la squadra siamo rientrati in albergo. Abbiamo cenato riguardandoci gli ultimi 70 chilometri. Poi abbiamo brindato e festeggiato. Ma da domani si torna a stecchetto».

Dopo il traguardo l’abbiamo vista piangere al telefono, chi c’era dall’altra parte?

«La mia fidanzata Giulia. E’ stata una telefonata strana (ride, ndr). Per prima cosa ho dovuto dirle che ero io perché l’ho chiamata col cellulare del massaggiatore. Poi, siccome non sapevo se mi aveva visto in tv, perché fa la fisioterapista per una squadra di volley e in quel momento era in corso la partita al palasport, gli ho spiegato che avevo vinto. E lì siamo scoppiati a piangere».

Con una condizione fisica così i suoi programmi cambieranno?

«No, abbiamo deciso di proseguire nella tabella di marcia. Ora mi concedo un po’ di riposo a casa, in famiglia. Ripartirò lunedì per il Nord, mercoledì prossimo disputerò la Freccia del Brabante, poi l’Amstel Gold Race e la Liegi-Bastogne-Liegi»

Cosa dobbiamo aspettarci adesso da Alberto Bettiol?

«Quello che mi aspetto da me stesso: continuare a raccogliere i frutti del lavoro. Non corro più con lo stress. Mi sento più sereno, sicuro dei miei mezzi».