Pierluigi Bassano è studente di medicina e volontario della Misericordia di Empoli
Pierluigi Bassano è studente di medicina e volontario della Misericordia di Empoli

Empoli, 9 aprile 2020 - In trasferta a Bergamo, in quella Lombardia segnata dal Covid19, fra centinaia di morti da piangere, strutture ospedaliere al collasso, associazioni di volontariato che non ce la fanno più. Lì la Misericordia diEmpoli, nelle ultime settimane, ha fatto più volte tappa con mezzi e uomini. L’ultimo a rientrare alla base è stato Pierluigi Bassano, 28 anni, studente all’ultimo anno di medicina, alle Scotte di Siena: vuole specializzarsi in chirurgia d’urgenza, intanto fa volontariato da quattro anni all'Arciconfraternita di via Cavour. E con la divisa dell'associazione e competenze proprie di un soccorritore di secondo livello, è partito nei giorni scorsi «perché a me piace essere dove c’è bisogno».

E a Bergamo c’è bisogno?

«La situazione si è stabilizzata, tant’è che ci hanno fatto rientrare, ma certo non è un contesto semplice. Non mi aspettavo di leggere così tanta paura negli occhi delle persone: direttamente o indirettamente lì il virus ha colpito tutti».

Ci sono persone in giro?

«Sia Brescia, dove siamo stati ospitati in albergo, che Bergamo sono deserte. Bergamo poi, l’ho vissuta solo di notte: gli incontri in strada sono pochissimi. Anche se ciò che mi ha impressionato davvero è stato percorrere l’autostrada: macchine praticamente inesistenti, ne abbiamo incontrate una ogni dieci camion».

Quando siete partiti?

«Mercoledì per poi rientrare lunedì. La mia partenza è stata ritardata perché non trovavamo un autista: alla fine sono partito con Simone, in arrivo da Firenze e al volante di un’ambulanza della Misericordia di Portoferraio».

Quando avete preso servizio?

«Giovedì. Abbiamo fatto soltanto turni di notte, dodici ore, 20-8 del mattino, con base alla Croce rossa italiana di Calcinate. Vestizione e poi attesa che il telefono squillasse per indicarci l’intervento da fare».

Momenti complicati?

«La paura c’è, ma non per me. E’ timore di non essere in grado di aiutare al meglio chi ha bisogno:  sugli interventi l’ambulanza è da sola».

L’intervento più difficile?

«Uno degli ultimi, venerdì notte: era un Covid confermato con difficoltà respiratorie. Forse non è stato il più difficile, ma di certo quello che mi ha toccato di più. Impossibile dimenticare le lacrime della moglie del paziente. “Me lo riporti indietro, me lo raccomando a lei“, mi ha detto mentre lasciavamo la casa».

Si riesce a restare distaccati?

«Fare servizio in ambulanza per me è una scuola, questa esperienza lo è stata più che mai e ringrazio la Misericordia di Empoli di avermelo permesso. Cerco di farmi coinvolgere il meno possibile. Cerco di essere ‘professionale’, ci ho provato anche domenica. Siamo andati all’ospedale Papa Giovanni XXIII: c’erano altre ambulanze, una macchina dei carabinieri. Abbiamo acceso le sirene, tutti insieme per un saluto ai pazienti. E’ stato emozionante vederli rispondere, alle finestre, ricoverati e medici».

Che clima si respira in quei pronto soccorso?

«Si avvertono stanchezza, pressione, grande lavoro. Il personale è impegnato costantemente: anche quando arriva un’ambulanza, l’obiettivo è liberarla prima possibile. Gli interventi da svolgere sono numerosi e il mezzo, concluso un trasporto, deve essere sanificato».

E i volontari del posto?

«Ci hanno ringraziati, è forte il senso di gratitudine nei confronti di chi è lì a dare una mano. In queste settimane si sono susseguite ambulanze da tutta Italia: in certi contesti, le differenze si annullano».

Questa trasferta ha cambiato il suo punto di vista sull’emergenza?

«Vedendo le immagini in tv non si capisce a pieno come stanno le cose. L’indicazione “state a casa“ non è uno scherzo, qualcosa da prendere alla leggera come in troppi ancora oggi, dalle nostre parti, fanno».

E lei, adesso, resterà in quarantena?

«Mi aspetta di certo una settimana chiuso in camera mia, separato dai miei genitori, da mio fratello e soprattutto da mia nonna. E’ una forma di rispetto per i miei affetti, un modo per tutelarli».

Samanta Panelli