Un momento delle indagini (Fotocronache Germogli)
Un momento delle indagini (Fotocronache Germogli)

Montelupo Fiorentino, 17 ottobre 2017 - «Non lasciatela sola ma sia sorvegliata. Non vorrei che qualcuno non voglia lasciare il lavoro incompiuto. Magari pensavano di averla ammazzata, ma per fortuna era viva». Chi parla è il padre della 17enne massacrata a Montelupo Fiorentino, all’alba di sabato. Dopo essersi chiuso dietro a un «No, non ho pazienza, no», subito dopo pranzo di fronte all’ingresso dell’ospedale San Giuseppe, ha deciso di prendere la parola attraverso un quotidiano locale e chiedere sicurezza per la figlia.

«Due persone hanno tentato di entrare in ospedale», ha raccontato per poi proseguire: «Se qualcuno ha visto si faccia avanti con le forze dell’ordine: mia figlia sta rischiando di brutto. Ha la testa fracassata, la frattura dell’osso orbitale, dello zigomo». Un quadro di dolore, paura, rabbia e voglia di verità. Lo stesso di tutta la famiglia insieme a pranzo ai tavoli del bar dell’ospedale. L’uomo era con la moglie e altre persone. Si è concesso un boccone dopo aver trascorso lunghe ore con la figlia, ancora ricoverata nel reparto di terapia intensiva del San Giuseppe.

La sua prognosi resta riservata. I medici parlano di una situazione stazionaria, con la giovane cosciente, ma restano le fratture plurime, oltre ad abrasioni varie ed escoriazioni sul corpo. Dai talloni alla schiena, segno di un trascinamento andato avanti per oltre duecento metri. Tirata per i capelli, per le braccia, da chi si è accanito su uno ‘scricciolo’ di quaranta chili, magari ‘semplicemente’ al culmine di una lite.

Di fronte alla ragazza, minuta ma tosta, non gli sarebbe rimasto altro da fare che alzare le mani. Mani ‘armate’ da una pietra o forse più banalmente da una bottiglia. Le ferite riscontrate sul cuoio capelluto della 17enne racconterebbero questo. La madre non si sofferma da chi le chiede una parola, un commento. Del resto, non è quella la sua priorità. E’ tornare al capezzale della figlia che, ieri mattina, come ha spiegato lo zio, si è svegliata chiedendo di lei, nonostante ematomi e gonfiori la costringano a muovere ogni muscolo con parsimonia.

«Mamma», una parola che scalda un animo ancora avvolto dal gelo di un’alba di terrore e lividi. Un’alba sulla quale la nebbia umida d’autunno si fa sempre più rada, lasciando spazio alla soluzione di un caso che ha scosso la comunità montelupina e non solo.

S.P.