Empoli, 8 agosto 2018 -  «Il momento peggiore? Ce ne sono stati più di uno: la scossa fortissima da non stare in piedi, la notte difficile senza sapere niente, poi l’arrivo a Lombok, lasciati da soli in mezzo alle macerie». E’ un racconto tutto d’un fiato quello di Irene Lari, 25 anni di Montelupo Fiorentino, e del fidanzato Elia Rinaldi, 30enne empolese. Sono a Bali, in Indonesia.

Lì avrebbero dovuto godersi un viaggio da sogno dopo la laurea di Irene, invece sono stati travolti dal terremoto che, nei giorni scorsi, ha seminato morte e macerie. E che adesso li ha incastrati lì. «Abbiamo cercato un volo per rientrare in anticipo – spiega la coppia – ma c’era comunque da attendere qualche giorno, quindi abbiamo deciso di tornare in Italia secondo i piani iniziali». Programmi stravolti.

«Questa esperienza ci ha segnati – ammettono – La paura è stata tanta, anche di morire. Dopo la scossa, non sapevamo cosa aspettarci, non sapevamo se sarebbe arrivato lo tsunami. Ma siamo consapevoli che ci poteva andare peggio».

La mente torna al terremoto e, ancora prima, al buio che lo ha annunciato. «Quando è arrivata la prima scossa – ricordano – ci trovavamo alle isole Gili, a circa venti chilometri dall’epicentro, forse meno. Eravamo a letto: stavamo pianificando l’escursione in mare da fare il giorno dopo. Quelle isole sono famose per le tartarughe».

I due giovani stavano per addormentarsi quando «abbiamo sentito il forte sisma. La prima cosa che abbiamo fatto? Ci siamo buttati dalla finestra: la porta era chiusa a chiave, troppo complicato aprirla. Non stavamo in piedi, era saltata la luce». Nel salto hanno rimediato «qualche graffio, alcune contusioni. Poco o niente rispetto al terrore per il rischio tsunami».

Onde alte e potenti contro «un lembo di terra molto piccolo: sarebbe stato difficile sopravvivere. Per fortuna, l’allarme è rientrato – continua la coppia – Abbiamo passato la notte radunati al centro dell’isola, sopra delle coperte. Non una notizia. I locali stavano tra loro, noi turisti in balia di noi stessi. E c’erano molti bambini. Sentivamo i palazzi crollare, le onde vicine: è stato terribile».

Difficile come ‘riconquistare’ Bali, tra «barche di legno stipate, tanto che salirvi è stata un’impresa» e un viaggio «sul cassone di un camion, pagando mille rupie a testa, ovvero un mese e mezzo di stipendio per i locali, tra cumuli di rovine nelle quali nessuno scavava». Lunedì, Irene ed Elia sono arrivati a destinazione. «Siamo in un albergo vicino all’aeroporto – spiegano – La situazione qui è tranquilla. Non abbiamo dormito per due giorni, vogliamo solo riposare».