Barbara Squillace
Barbara Squillace

Empoli, 22 maggio 2019 - CI SARÀ un processo, per la tragica morte di Barbara Squillace, la madre 42enne di Spicchio morta il 19 luglio dell’anno scorso per le complicazioni della sua seconda gravidanza, giunta al quarto mese. Ci sarà un processo e riguarderà tre dottoresse del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale San Giuseppe, alternatesi nella tragica degenza della donna, ricoverata sei giorni prima del decesso. Il processo ai tre medici comincerà a novembre.

Secondo quanto ricostruito dal pm Ester Nocera la donna sarebbe deceduta a seguito di un’occlusione intestinale non diagnosticata dai medici che invece la curarono per iperemesi gravidica. Per il pm le tre dottoresse (Ippolita D’Amato Scherbatoff, Barbara Bianchi e Giusy Simona Amarù) che la seguirono durante il periodo di ricovero avrebbero sbagliato diagnosi nonostante i sintomi manifestati dalla paziente, inoltre la donna non sarebbe mai stata sottoposta alla valutazione di un chirurgo che avrebbe potuto effettuare la diagnosi corretta e salvarle la vita. Barbara venne ricoverata il 13 luglio dell’anno scorso, e sin dal giorno successivo lamentava un forte dolore addominale. Dolore per altro già avvertito il giorno 10, associato al vomito. Ma i medici, che annotarono ogni cura nel diario clinico, non ipotizzarono mai che fosse necessario l’intervento di un chirurgo. Pensarono ad un nutrizionista, ad uno psichiatra, non a un’operazione.

Una grave imperizia, secondo la procura. Che nel capo d’imputazione scrive: «Erravano la diagnosi intervenendo sulla paziente per iperemesi gravidica (disturbo caratterizzato da forma acuta di vomito e nausee, ndr), prescrivendo una valutazione interna da un nutrizionista e uno psichiatra, senza valutare correttamente gli elementi che dovevano indurre il comportamento diligente, prudente e perito di richiedere anche la valutazione di un chirurgo per individuare la causa del malessere, poi riscontrata in sede autoptica, di occlusione intestinale». Barbara non venne mai curata per quello e morì per asfissia da sommersione interna il cui incedere avvenne silente per lo stato fisico debilitato e compromesso, in ragione della sofferenza inferta dalla patologia in atto, e per la sinergia con farmaci aventi ruolo sedativo. Il marito, Marco, era presente all’udienza. E lo sarà anche il 7 novembre prossimo, quando comincerà il processo, per omicdio colposo, davanti al giudice Cannatà.

ste. bro.