Firenze, 2 novembre 2016 - Sul palco dell’Hilton alza il trofeo che gli hanno appena consegnato e lo dedica alla ‘sua’ Firenze e alla famiglia che ha accettato di vivere così lontano dall’Italia per scoprire però un paese dalle
mille opportunità come l’Etiopia. In terra d’Africa Camillo Calamai, nato a Montespertoli, una tradizione di famiglia nel campo dei tessuti a Prato, è sbarcato undici anni fa. Prima come pendolare
(«due o tre giorni al mese per seguire un impianto di tessitura») poi come residente, convinto delle potenzialità del territorio d’adozione. «Avevo lavorato molto con i paesi asiatici ma avevo problemi di ‘convivenza’ con i lunghi spostamenti e i fusi orari» riflette ad alta voce. Addis Abeba gli è più comoda. Un capannone, i macchinari, un’esperienza che, sulle prime, non porta grandi risultati. «Forse perché non avevamo grandi agganci – afferma Camillo Calamai, appena premiato come Captain of the Year, organizzazione di Avenue Media e supporto della Ocrim di Cremona, azienda leader anche qui in Etiopia nella progettazione e produzione di macchine e impianti per la lavorazione dei cereali – forse perché non mi decidevo a piantare le tende. E per avere successo, in Etiopia, devi star qui e risolvere giorno per giorno i problemi. Allora sì che ti sentono uno dei loro».

«L’idea di base era quella di importare filati dalla Cina – continua Calamai –, effettuare una prima lavorazione in Etiopia e poi ‘nobilitare’ il prodotto in Italia. Ma con pochi giorni al mese rimanevo un estraneo». Nel 2008 la svolta. Con moglie e figli decide di giocarsi le sue carte nel paese africano. La moglie è contenta: «Sarà un’esperienza diversa». Prendono casa: «I figli? Andranno a scuola qui – decidono con tranquillità e un pizzico di filosofia – almeno avranno una visione della vita aperta e impareranno bene l’inglese».

A una domanda sul feeling con l’Africa Camillo risponde: «Il primo approccio? E’ gente orgogliosa e poi c’è il problema della lingua che, lo confesso, non ho ancora imparato. Ci apprezzano, questo
sì. Qui abbiamo costruito strade, portato tecnologia, le nuove dighe sono firmate dalla Salini. Ma qui si lavora ancora con frese e torni made in Italy, attrezzi ormai datati ma robusti come non mai. E se non ci fossero i vecchi camion Fiat a svolgere il lavoro più duro tutto si fermerebbe». Per la fase 2, i coniugi Calamai scelgono il settore delle borse, «un sentiero stretto, la moda non è ancora vissuta come la concepiamo in Italia e in Europa. Ci arriveranno ma non è questione di giorni».

Si buttano sugli shopper riutilizzabili, cotone finissimo, prodotti super ecologici, Coop ed Esselunga tra i primi grandi clienti. Il successo sembra ormai alle porte. «Ci lanciamo poi sui prodotti di borsetteria con Village Industry, tessuti con inserti di pelle. Le nostre realizzazioni piacciono, piovono gli ordini» continua con orgoglio il valdelsano trapiantato. «Usiamo tinte realizzate utilizzando la terra, tutte locali, pelle e corni ricavati dagli zebù – spiega l’imprenditore –. Per l’azienda lavorano, a vario titolo, più di 400 persone». Oggi sono sommersi di ordini: basti pensare che, solo per i soci Coop, stanno realizzando
ben 200mila borse per i pacchi dono di Natale.

La vita di Camillo ha orari ferrei: in azienda, per evitare il traffico caotico di Addis Abeba, già alle sei e mezzo del mattino. Ritorno a casa dodici ore dopo. «Paura di non farcela? No, ma occorre
cambiare spesso strategie per andare avanti. E’ un Paese con un gran potenziale, non ho mai percepito una vera sensazione di pericolo. Quando abbiamo un attimo libero cerchiamo di visitare questo
paese, grande quattro volte l’Italia, per capirlo meglio e comprendere la sua gente». E i figli? «Le bambine studiano alla scuola internazionale inglese di Addis Abeba, il grande è tornato a Milano
e frequenta la Bocconi. Lo aspettiamo ma se sceglie un altro paese sarà liberissimo di farlo». Consiglierebbe altri imprenditori a puntare sull’Etiopia? «Noi abbiamo investito di tasca nostra. E quindi abbiamo rischiato più di altri. Si può partire anche con poco, ma allora è richiesto un grande impegno personale. Posso solo dire, in conclusione, che qui hanno tutti i pezzi del puzzle ma gli manca il disegno generale. E noi italiani abbiamo quel disegno».

«Valorizzare l’Etiopia e i suoi capitani – sostiene Claudio Vercellone, patron di AvenueMedia – significa anche riconoscere l’impegno di quegli italiani che, in questo Paese, si sono fatti conoscere
ed apprezzare non solo per la loro intraprendenza, ma anche per la loro creatività e il loro gusto».