Avner Eisenberg durante un workshop al Teatro C'Art di Castelfiorentino
Avner Eisenberg durante un workshop al Teatro C'Art di Castelfiorentino

Castelfiorentino, 13 aprile 2019 - «La maggior parte delle persone quando pensa al clown pensa al personaggio con grandi scarpe, trucco e vestiti appariscenti, ma in realtà è qualcosa di più profondo: ha portato la psicologia sulla pista del circo». In una pausa tra una delle lezioni che lo vedono in questi giorni in cattedra al Teatro C’Art di Castelfiorentino, Avner Eisenberg, americano di Atlanta, racconta il suo essere artista. Un modo unico, che gli è valso palcoscenici e riconoscimenti eccellenti. Un esempio fra tanti? Il suo nome è nella International Clown Hall of Fame. Ecco, con il suo bagaglio prestigioso, questa sera alle 21 sarà al Teatro del Popolo, protagonista di Exceptions to gravity Usa – Physical comedy, evento clou del Festival internazionale dell’arte comica.

Partiamo da una definizione. Cosa significa essere un clown?


«Lo spettacolo del circo è un mondo di virtuosi che riescono a fare cose che la gente ‘normale’ non potrebbe mai fare. Persone che quindi non entrano in empatia con il pubblico. Poi c’è il clown che entra in pista e guarda gli altri fare cose difficili e pericolose e che prova paura per loro. Questo crea un meccanismo di empatia con il pubblico. Così, attraverso il clown possiamo condividere e celebrare la paura. Proprio questo sentimento di empatia, definisce il ruolo del clown. Non un vip, ma un lavoratore del circo».

Quando ha avuto la certezza che questa fosse la sua strada?

«Non ne sono ancora sicuro, forse mi iscriverò all’università per fare il dottore. Alla scelta di intraprendere questa via ci sono arrivato lentamente. In America ero già acrobata e giocoliere, poi mi sono interessato al mimo. Non c’era alcuna scuola lì e sono andato alla scuola di teatro fisico di Jacques Lecoq, a Parigi. Ho scoperto il teatro gestuale e la commedia dell’arte. E c’era una piccola parte che riguardava il clown».

E dopo?


«Quando sono tornato, avevo un sacco di strumenti per costruire il mio spettacolo di strada e ho realizzato cinque minuti dove facevo anche il funambolo. Mi sono reso conto che le parti che facevano più ridere, più interessanti per la gente erano quelle dove le cose non andavano per il verso giusto, non pianificate. Da lì ho capito che la strada del clown sarebbe stata la migliore».

Oggi è più difficile far sorridere?


«Mi sento un po’ come un formaggio: più è stagionato, più diventa buono. Il fatto di essere invecchiato rende il lavoro di far ridere più facile rispetto a una volta».

Nei suoi spettacoli c'è spazio per gesti espressioni, ma non per le parole. Ha mai timore di non essere compreso?


«No, perché il linguaggio del mio spettacolo è un linguaggio universale. Lo spettacolo è semplice, è fatto di problemi semplici che risolvo in qualche modo».

L’attività di formatore è un’altra sua passione?


«L’insegnare è aver capito certi principi e volerli restituire agli altri. Quando vado in scena, creo una relazione con il pubblico che dura solo un’ora. Attraverso i seminari, invece, la relazione con gli studenti diventa familiare e mi piace».

Samanta Panelli