La direttrice de La Nazione Agnese Pini
La direttrice de La Nazione Agnese Pini

Firenze, 22 settembre 2020 - Gli occhi lucidi, la voce emozionata, il fiato corto di chi sa, e oggi lo può dire, di aver vinto malgrado tutto e contro tutti: perfino contro una parte del suo partito, perfino contro se stesso, o almeno quel se stesso che gli avevano cucito un po’ maldestramente addosso in questi mesi difficili di campagna. Eugenio Giani ce l’ha fatta: il ribaltone non c’è stato, Salvini se ne va scornato dall’ennesima trincea elettorale, dopo l’Emilia. La Toscana era la vera carta capace di far saltare il banco: del Pd e anche del governo. E la Toscana, dicevamo, resta rossa, ma di un rosso inevitabilmente sbiadito, sfilacciato dai conflitti interni ai Dem, dalle gufate e soprattutto dalla fifa blu che per settimane ha tenuto sulla spina dirigenti e militanti.

Il Pd ha però avuto bisogno proprio di quella fifa per ricompattarsi nelle ultime settimane, con gli appelli convinti al voto utile anche da parte di Nicola Zingaretti, che sul piano nazionale diventa il vero vincitore di questa partita. Portando a casa tre regioni su sei (il voto della Valle D’Aosta si saprà solo oggi) e di fatto rafforzando insieme alla sua leadership anche la tenuta del governo giallorosso, magari con un suo ingresso in un ministero chiave come il Viminale, insieme al vicepremierato.

Se Zingaretti vince, in questo derby Pd-Lega, a perdere è inevitabilmente Salvini. A lui va dato l’onore delle armi, ci ha messo come sempre la faccia e tutto sé stesso. Ma questo insuccesso non potrà non pesare sulla sua stella che ormai da tempo ha arrestato l’ascesa. Non gli è bastato imparare dagli errori dell’Emilia, non gli è bastato cambiare strategia elettorale. Il centrodestra in Toscana non ha sfondato, e la sconfitta non potrà essere senza conseguenze, almeno morali se non immediatamente politiche.

E Giani? Sul suo carro, c’è da scommetterci, ora vorranno salire tutti: un po’ come fu per Stefano Bonaccini in Emilia. Si diceva, nelle ultime settimane: Giani non è Bonaccini. Non lo è, in effetti: non lo è nel look, nei modi, nelle aspirazioni nazionali. Ma come Bonaccini ha dimostrato che le regioni rosse restano un argine, forti di una tradizione civica che àncora la sinistra dentro il tessuto sociale e dentro i territori, ben più che nelle sedi del partito. Così la lezione regionale deve servire soprattutto ai Dem, che dopo questo ennesimo banco di prova non possono rinunciare a un serio esame di coscienza sul loro futuro, sulle loro visioni, prospettive, alleanze.

A questo proposito: la prova dell’Italia Viva renziana, che qui giocava in casa, si è dimostrata deludente, mentre abbiamo visto come il bacino elettorale 5 Stelle abbia offerto un considerevole supporto a Giani, grazie al voto disgiunto. Se il Pd saprà rinnovarsi potrà pensare di riassorbire anche questi voti, che alla fine sembrano appartenere alla propria area culturale. E non potrà farlo senza risintonizzarsi su un elettorato che gli ha ridato fiducia in modo chiaro, ma meno netto – anzi, meno scontato – di un tempo. Con buona pace dell’happy end.