Agnese Pini
Agnese Pini

Firenze, 20 ottobre 2019 - E quindi Renzi-il-Risorto è forte o non è forte? Vuole davvero far saltare i nervi e poi le teste del governo giallorosso? Sta davvero strizzando l’occhio a Di Maio contro Conte? Insomma, che cosa si agita nella testa del nostro mai pago fiorentino? Da che parte sta e dove vuole andare? Dal palco della sua Leopolda numero 10 stragiura che non ha nessuna intenzione di staccare la spina all’esecutivo (cit.), ma l’agiografia renziana insegna che le promesse a microfono acceso dell’ex premier non vanno prese in senso per così dire letterale.

E allora: se i piddini duri e puri lo guardano con un sospetto che non di rado tracima nell’odio, i pentastellati fedeli a Di Maio cercano in lui l’asse per disseminare di mine anti Conte (e anti nomenklatura Dem) il campo già accidentato del governo post cambiamento, trovando intese insperate nel fare le pulci alla manovra finanziaria. Ciò detto, è leggendo in chiave priva di propaganda questa tre giorni di liturgia leopoldesca che si possono individuare le ragioni di esistere di un partito, Italia Viva, ancora tutto da definire.

A livello tattico Renzi non ha sbagliato una mossa. Finito all’angolo dopo la Caporetto elettorale del 2018, ha inanellato in una mezza estate due colpacci che lo hanno ricollocato fra i protagonisti dell’agone. Il fiorentino, la cui presa elettorale è ancora da misurare, si è riguadagnato giornalate, titoloni, prime serate tv. E ha ricatalizzato su di sé un’attenzione che fino a luglio scorso era semplicemente inesistente. Ha gestito la regia della crisi di governo innescata da Salvini dettando l’agenda della nascita del nuovo esecutivo, salvo poi sfilarsi dal Pd dieci minuti dopo. In questo modo è tornato a essere decisivo molto più di quanto non avrebbe mai potuto essere restando da mamma Dem. Con un altro vantaggio: Renzi tiene un piede dentro la maggioranza e un piede già fuori dagli ingranaggi dell’esecutivo.

La sua stessa narrazione politica degli ultimi giorni rispecchia tale situazione: può permettersi di governare e al tempo stesso di criticare il governo, di incassare consensi su ciò che va bene e di scaricare responsabilità se le cose vanno male. Si trova nella posizione ideale per un politico che ambisce a tornare a contare: massimizza i vantaggi e contiene le perdite. Nei due nuovi assi sotterranei in casa giallorossa (da una parte Conte e i democratici, dall’altra Di Maio e Renzi) i giochi di forza sono delineati. Il rischio è che in questa guerra di logoramento a rimetterci sia il Paese.