Firenze, 22 settembre 2019 - La settimana è stata ancora dominata da lui, il machiavellico (per sua ammissione) senatore semplice di Scandicci che ha fatto il-passo-di-lato, fuori dal Partito democratico ma sempre a sostegno del governo giallorosso, scatenando il vespaio dei complottisti e dei retroscenisti di professione.

Con una domanda, su tutte: che cosa ha in mente, questa volta, Matteo Renzi? Punterà a incarnarsi in un novello Craxi, ovvero il pesce piccolo capace di dominare mari grandi, diventando l’ago della bilancia di questa appannata terza repubblica che viaggia ormai su sistemi proporzionali? Oppure: cercherà di creare un grande polo centrista, mettendo insieme gli scontenti, i trombati, i maltrattati, i delusi della seconda repubblica, e i superstiti, pochi, della prima?

Qualunque siano le legittime ambizioni dell’uomo-Matteo, il politico dovrà fare i conti con un dato di fatto: chi, nella nostra storia recente, ha tentato la strada di grandi e piccole abiure politiche, uscendo da un partito o fondandone uno «personale», quasi mai ha portato a casa la scelta vincente. È successo ai rottamati D’Alema e Bersani, che volevano fare il partito del 10% e si sono ritrovati con un pugno e poco più di mosche, pardon, di voti. Sempre a sinistra, era successo prima ancora a Rutelli, che si è polverizzato in un movimento (ApI, ve lo ricordate?) uscito ben presto dalle cronache elettorali per assenza di risultato. È successo perfino a Mario Monti, lo statista che quando ha dismesso i panni del premier tecnico per indossare quelli del capo politico è stato bastonato alle urne.

E a destra non è andata meglio a Gianfranco Fini, per citare un nome e un caso che fece scalpore: lasciato il PdL, lasciò ben presto anche il Parlamento per mancanza di voti (erano le elezioni del 2013). Renzi riuscirà a fare meglio? Di certo ha scelto il momento per lui più opportuno per annunciare lo strappo, meditato da mesi: ha appena riguadagnato la ribalta mediatica (con la sua mossa d’apertura verso i 5 stelle all’alba della crisi di governo), uscendo dal cono d’ombra in cui era stato relegato nei 14 mesi gialloverdi. Se nella sua decisione vi sia solo tornaconto oppure anche strategia di larghe vedute è presto per dirlo. È indubbio che Matteo sia un grande tatticista, uno che sugli strappi e sulle contrapposizioni ha costruito la sua folgorante fortuna politica. Quanto alle visioni sul lungo periodo, non ha mostrato altrettanta brillantezza. Almeno finora.