Pensioni (Pressphoto)
Pensioni (Pressphoto)

Firenze, 14 agosto 2019 - Riusciranno i giovani ad avere una pensione dignitosa? Probabilmente no, tanto che le nuove generazioni, un po’ rassegnate, persi i modelli di riferimento, vivono alla giornata, preferendo l’affitto al mutuo, l’auto a noleggio a quella di proprietà. Tra lavori saltuari e retribuzioni basse, il pensiero è concentrato sul ‘qui e ora’, assorbito da esigenze di sussistenza immediate. Ma il rischio, concreto, è che tra trenta o quarant’anni si arriverà, di questo passo, al «disastro sociale».

«La questione di grande rilievo che si sta trascurando sta nel fatto che oltre la metà dei lavoratori dipendenti entrati nel mercato del lavoro dopo il 1995, avendo sperimentato retribuzioni saltuarie e basse, in mancanza di netti miglioramenti che al momento sembrano improbabili, rischiano di maturare in futuro una pensione del tutto inadeguata a tutelarli dalla povertà», scrive l’economista Felice Roberto Pizzuti nel 13esimo rapporto sullo stato sociale. E quando fra qualche anno questi lavoratori «realizzeranno che il futuro solo vagamente temuto sta per concretizzarsi – cioè che l’inadeguatezza di reddito della vita lavorativa si riproporrà ulteriormente aggravata nella fase finale della propria esistenza – potrebbero derivarne effetti anche rilevanti sui complessivi equilibri sociali, economici, politici e civili».

Secondo Pizzuti questo scenario che si prospetta nasce dalla combinazione dei cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro e nel sistema previdenziale a partire dagli anni Novanta, cioè dal passaggio al metodo contributivo per il calcolo delle pensioni e, contemporaneamente, dalla progressiva affermazione di nuove forme contrattuali che hanno favorito retribuzioni più contenute e instabili. Servono riforme, allora, ma serve anche un salto culturale. I giovani devono entrare nell’ordine di idee di pensare al loro futuro e iniziare a versare quanto prima i contributi per la pensione. Strumenti come il riscatto, agevolato o meno, della laurea, possono anche aiutare, ma soprattutto per arrivare prima alla pensione, non per aumentare l’importo dell’assegno. Quello che davvero potrebbe fare la differenza è costruire una pensione complementare. Pochi invece sono i giovani informati sul tema e la platea degli aderenti, che sfiora gli otto milioni di lavoratori in tutta Italia, è ancora bassa, meno del 30%. Tra i lavoratori under 35 si scende al 20%. Certo, aderire ad una qualche forma di previdenza integrativa costa.

La media dei versamenti dei lavoratori iscritti è di 2.630 euro l’anno. Così paradossalmente aderisce alla previdenza complementare il lavoratore meglio garantito e retribuito e che arriverebbe comunque alla pensione con un buon assegno. I giovani, soprattutto, ma anche i lavoratori autonomi e i precari, che più ne avrebbero bisogno, invece, snobbano questo strumento e nemmeno si informano delle opportunità che può offrire. Sarà forse per sfiducia e forse anche per una questione economica, visto che, con la crisi, sono aumentate anche le richieste di anticipo del Tfr, riducendo così la possibilità di costruirsi una previdenza complementare. E il primo passo si può fare proprio partendo dal trattamento di fine rapporto: invece di lasciarlo in azienda, investirlo, con l’obiettivo di vivere decorosamente da pensionato. A quali rendimenti? Considerando il decennio 2009-2018 (dati Covip), il rendimento netto medio annuo dei fondi negoziali è stato del 3,7 per cento e del 4,1 per i fondi aperti. Per i Pip il rendimento si è attestato al 4 per cento per le gestioni di ramo III e al 2,7 per quelle di ramo I. Su analogo orizzonte temporale la rivalutazione del Tfr è stata invece del 2 per cento.