La preghiera per la pace a Roma
La preghiera per la pace a Roma

Roma, 9 ottobre 2021 - Non fa male domandarsi, almeno ogni tanto, “a che punto siamo”. Per certi versi è la domanda originaria di Dio ad Adamo perso e nascosto, così come riportata dalla Genesi: “Dove sei?”. Se non ci vogliamo smarrire, bisogna articolare sguardi globali nel contesto dei luoghi in cui si vive, ben sapendo che c'è un respiro delle cose, piaccia o no, che inspira ed espira tutto.

Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio che ha promosso nei giorni scorsi a Roma l'incontro 'Popoli fratelli, terra futura', ha sintetizzato efficacemente il contesto, sotto il profilo culturale e dei comportamenti pratici: “La scomparsa dei testimoni della seconda guerra mondiale ha affievolito la coscienza dell’orrore della guerra. Le relazioni dure tra paesi, la rivalutazione della forza come strumento politico, sono espressione di una cultura della violenza di cui è parte una politica predatoria verso l’ambiente”. Perché questo si perpetui si ha bisogno di coscienze un po' anestetizzate.

Papa Francesco, avendo alle spalle il Colosseo mentre si rivolgeva all'assise dei leader religiosi, ne ha colto la simbologia in termini nuovi: “Questo anfiteatro, in un lontano passato, fu luogo di brutali divertimenti di massa: combattimenti tra uomini o tra uomini e bestie. Uno spettacolo fratricida, un gioco mortale fatto con la vita di molti. Ma anche oggi si assiste alla violenza e alla guerra, al fratello che uccide il fratello quasi fosse un gioco guardato a distanza, indifferenti e convinti che mai ci toccherà. Il dolore degli altri non mette fretta. E nemmeno quello dei caduti, dei migranti, dei bambini intrappolati nelle guerre, privati della spensieratezza di un’infanzia di giochi. Ma con la vita dei popoli e dei bambini non si può giocare. Non si può restare indifferenti”. Il Colosseo ce lo portiamo oggi sul minischermo dello smartphone, che mal usato è una potente arma di distrazione di massa, innervata sulla logica istintiva del next, della prossima cosa da cercare e da vedere, anche per non essere turbati dalla notizia che urta; dunque del passare oltre. Si può essere connessi a tutto ma restare indifferenti. Va in crisi quella concezione sostenuta per anni (va detto: in assenza di questi strumenti che da circa quindici anni accompagnano in modo massivo la nostra vita) per cui “se avessimo saputo, saremmo intervenuti”. Non è così: si muore in mare, ma paesi europei invocano muri e fili spinati per respingere profughi e migranti. E' solo un tragico esempio, tra quelli che fanno dire ad Angela Merkel: “A volte dubitiamo della capacità delle persone di essere umane” e anche della loro capacità di assumersi responsabilità insieme a ciascuno di “noi”. 

Una parola chiave: il "noi". “Noi” - il patriarca Bartolomeo ha invocato l' 'Insieme', è la parola chiave - “Noi” di fronte alle guerre, “noi” di fronte ai profughi, “noi” e la vaccinazione anticovid mancante da troppe parti talvolta sostenuta anche da pericolose motivazioni parareligiose. Heinrich Bedford Strohm, presidente del Consiglio della chiesa evangelica in Germania (Ekd), si è domandato come avviene nel concreto questo processo interiore di rimozione: “Sarà un compito decisivo quello di introdurre regole in internet per porre dei limiti a difesa della dignità umana, degli argini verso quei meccanismi che, agganciati ad algoritmi commerciali, incoraggiano la diffusione di contenuti estremisti”. Si potrebbe anche dire che è un estremismo di sé, volto anche ad ingigantire i bisogni materiali e le voglie di consumo che sono in ogni persona, di fronte al bisogno del “noi”. L'anestetico digitale evidentemente non è l'unico filone declinato in modo troppo spesso disgregativo. Non è sbagliato lo strumento ma è diventato un po' come un microscopio usato al posto di un manganello, che distrae anche da quella forma di sana spiritualità che è la buona educazione. “Disconnettersi” aiuta a uscire dalle “comfort zone” (Lakhmi Vyas, presidentessa dello Hindu Forum of Europe) o dalle “tane zoom” (rabbino Pinchas Goldschmidt), che definiscono un noi finto, un'aggregazione su base d'interesse. L’Unione Europea, ad esempio, ha appena creato una commissione incaricata di difendere “lo stile di vita europeo”. Olivier Roy, orientalista e politologo, sottolinea come la decisione di intitolare così la commissione “è chiaramente politica: si tratta di definire una frontiera 'identitaria' per limitare l’immigrazione, altrimenti perché non parlare di valori universali, perché introdurre questo concetto un po’ bizzarro di 'stile di vita'”? C'è insomma un rischio di cancellazione: “Di colpo l’identità non riconosce più gli individui, cancella gli individui a vantaggio di un insieme di caratteristiche abbastanza superficiali (come il famoso 'stile di vita') che 'identificano' l’individuo al suo gruppo senza riconoscere la sua individualità”. L’ossessione dell’identità “spinge a difendere dei 'noi' giustapposti, definiti da criteri semplicisti e superficiali, il cui obiettivo non è che l’esclusione dell’altro”. Parlando dei migranti, dei rifugiati, “dovremmo essere capace di dire noi, riconoscersi in quella che è una situazione comune”, osserva il cardinale Josè Tolentino Mendonca, archivista e bibiotecario della Santa Sede. Riscoprire il significato e le possibilità contenute nel pronome “noi” sarà fondamentale per i giovani, che con gli anziani sono stati di fatto scartati dagli adulti del presente, un po' neofeudali. Quali prospettive ha un ragazzo? Quali un anziano finito in un istituto?
Non mancano certo modelli culturali che sono all'origine di un altro “noi” e che non a caso sono strumenti di resistenza alla disgregazione: “La Costituzione italiana è un modello modernissimo di cultura del noi”, sottolinea il cardinale Matteo Zuppi.

 

Il "noi" di fronte all'Africa, al vaccino, alle armi. Il “noi” costruttivo non dorme, c'è, e non a caso ascolta la voce dell'Africa. Al-Tayyeb, grande Imam di Al-Azhar, con il quale Papa Francesco ha firmato ad Abu Dhabi il Documento sulla Fratellanza Umana, ha rimarcato come “la produzione del vaccino e il modus operandi della sua distribuzione non sono stati all’altezza delle responsabilità, provocando così la morte di 5 milioni di vittime in meno di due anni. La criticità grave nella distribuzione ha privato interi continenti dal vaccino. Le ultime statistiche indicano che la percentuale dei vaccinati in Africa è tra 2- 3%, mentre in altri continenti la metà o addirittura i tre quarti della popolazione hanno ottenuto il diritto alla vita grazie alla disponibilità del vaccino”. E' perciò una buona notizia quella annunciata da Noubar Afeyan (presidente della società di biotecnologie Moderna e co-fondatore del premio Aurora) che Moderna intende passare da meno di un miliardo di dosi di vaccino nel 2021 a tre miliardi entro il 2022 e costruire un impianto in Africa per produrvi 500 milioni di dosi. Facendo riferimento alla propria storia familiare di libanese e armeno, Afeyan ha richiamato la creatività dei sopravvissuti alle tragedie della storia, dei migranti che hanno cercato nuovi modi per salvare gli altri: “Possiamo immaginare un mondo nuovo, perché abbiamo vissuto in un mondo ignoto”. Anche per questo si può sperare che si concretizzi la proposta lanciata da Jeffrey Sachs, consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per le questioni ambientali, che il prossimo G20 diventi G21 aggiungendo l’Unione Africana: “Includendo l’Africa, che conta 1,4 miliardi di persone i Paesi del G21 arriverebbero al’88 per cento del Pil mondiale: un consesso così sarebbe finalmente in grado di fare passi decisivi per il rispetto degli obiettivi di riduzione delle emissioni e per elaborare piani di vaccinazione universale contro il Covid-19”. Un passo in avanti per inverare l'invito di Bergoglio (“Meno armi e più cibo, meno ipocrisia e più trasparenza, più vaccini distribuiti equamente e meno fucili venduti sprovvedutamente”) e accanto a quello da fare per fermare il commercio e l’uso delle armi, così complementare, come ben sottolineato nell'appello finale dei leader religiosi a Roma: “La distruzione dell’ambiente è dovuta all’arroganza di un essere umano che si sente proprietario. Un io padrone diventa un io predatore, pronto al dominio e alla guerra”. Michele Brancale