Firenze, 4 giugno 2018 - “Quando le truppe di Hitler marciarono su Varsavia, Mayer e Lazer erano atterriti da cosa stava succedendo intorno a loro e decisero di cercare un modo di salvare la famiglia. Scavarono un tunnel sotto la loro abitazione, abbastanza grande da nascondervi dai tedeschi l’intera famiglia. Riuscirono a nascondersi fino al 1943. Un giorno terminarono le scorte e avevano un disperato bisogno di cibo. Mandarono un bimbo fuori a cercare qualcosa di commestibile e, mentre lui cercava da mangiare, era caduta delle neve fresca. Nel tornare al tunnel lasciò le sue orme. I tedeschi seguirono le tracce del bimbo e lanciarono una granata nel tunnel uccidendo Mayer, suo fratello Lazer e l’intera famiglia...”.

Circa la memoria della deportazione la storica Marta Baiardi ha osservato come la storiografia abbia acquisito strumenti che prima non c'erano. Dopo la seconda guerra mondiale, si è incontrata la storia orale dei deportati quando nessuno si occupava di loro. In un passo successivo Andrea Devoto ne ha raccolto le voci per cogliere, nella loro testimonianza, con sensibilità di psichiatra, l'esperienza della deportazione più che le storie di vita. “Nell'ascoltare queste testimonianze, mi rimane il rimpianto di non poter fare più domande", concludeva Baiardi.

Con gli ebrei il discorso è particolarmente complesso perchè coloro che erano bambini quando hanno attraversato o lambito l'abisso, hanno ricominciato a parlare quando solo quando erano quasi anziani, anche perché i loro genitori, per proteggersi e proteggerli, quando erano la tempesta li avevano educati a non parlare e dopo preferivano non rievocare. Le statistiche affermano che 1,5 milioni di bambini ebrei, minori di quindici anni, furono assassinati durante l’Olocausto. Un milione settecentomila bambini sono invece sopravvissuti.

Dana Szeflan Bell nata nel 1938 a Varsavia, è una di loro. Sopravvissuta alle persecuzioni naziste fuggendo prima nelle foreste dell'estremo nord russo e poi in Uzbekistan, ha trovato infine approdo in Canada nel 1948. La sua storia è diventata un'autobiografia, 'Danusia' corredata da preziose fotografie, uscita per la prima volta nel 2013 in Canada e ora pubblicata in Italia da Giuliano Ladolfi su traduzione di Francesco Todaro, fiorentino, che anima a Firenze insieme ad altri amici un laboratorio di pittura della Comunità di Sant'Egidio con persone disabili.

Il volume, 'Danusia', è stato presentato nella Sala Fallaci della Città Metropolitana di Firenze dalle docenti Chiara Calabri e Annalisa Macchia. Il ricordo riaffiora in Dana nella prima metà degli anni Novanta, su sollecitazione di nipoti e ricercatori. Dana tornerà a parlare ai compagni dei nipoti: “I ragazzi ascoltavano partecipi. Rivivevo la mia infanzia con mio nipote lì, seduto tra quei bei bambini: vedevo nei loro volti una generazione che non avrebbe più avuto testimoni di ciò che accadde a me, o di sofferenze come la mia".

Cosa apprendiamo da questo libro? Da una parte che negli adulti parla la voce dei bambini sopravvissuti (“Era Danusia, la bambina dentro di me, che mi aveva sostituito in questa intervista”) e ci vuole tempo prima che la memoria vinca la reticenza: “Avevo immagazzinato un passato troppo doloroso da ricordare. Era un passato che volevo dimenticare... Mia madre mi aveva messo in guardia in anticipo che avrei dovuto parlare solo quando mi fosse richiesto. Mia madre e quell’uomo parlavano, aveva sempre paura che potessi dire la cosa sbagliata. Questo era tipico del modo di comportarsi di chi era genitore durante la guerra”.

Un giorno “i miei genitori mi dissero che ero ebrea. Questo per me all’età di sette anni voleva dire poco o nulla: sapevo solo che non avrei mai voluto essere ebrea, perché avevo sentito dire così tante cose brutte che succedevano agli ebrei durante la guerra. A tutti gli ebrei davano la caccia per poi ucciderli, perciò, per me bimba di sette anni, essere ebrea voleva dire che potevo essere scovata ed uccisa, ed era spaventoso. Non sapevo neppure vi fossero altre religioni oltre la fede degli ortodossi russi che avevo appreso all’orfanotrofio”.

Nelle vite degli scampati mancava sempre qualcuno. E l'eredità lasciata ai bambini sopravvissuti per sentirsi tutt'uno con i propri cari è stata a lungo quella del silenzio. Dana insieme ad altri bambini costruiva giardini segreti per nascondere piccole cose ritenute preziose sotto pezzi di vetro. Così è stato per la loro memoria: hanno potuto scavare e riportare alla luce il giardino, talvolta devastato, solo dopo una vita. Ma questa memoria salva ed educa: “Mio figlio Barry e mia figlia Gay hanno per fortuna ereditato molti dei tratti di mio nonno. Entrambi i miei figli fanno attività in sinagoga e sono coinvolti nel servizio di carità. Mi è venuto a mancare molto nel non aver conosciuto mio nonno”.

L'autrice parla di “disturbo post traumatico da stress” che, ha rilevato Annalisa Macchia, “provoca la esitazioni che si incontrano nel libro: nella paura di rivivere il male, si allontanano i ricordi. Dana ha compiuto un grande atto di coraggio, raccontando quello che pensava fosse impossibile esprimere. Riesce a farlo con grande garbo, con l'innocenza degli occhi di bambina che aveva avuto a lungo l'impressione di non ricordare niente. Invece i ricordi, una volta sfiorati, riaffiorano e diventano un fiume in piena”. Perché compiere un atto di coraggio così o, viceversa, perché non raccontare? “Per ricostruire una vita felice – risponde Macchia – Mio padre è stato deportato in Polonia. Non ha mai voluto raccontarmi nienete di quel periodo. Ho poi ritrovato un diario in cui descrive gelo, fame, paura. Ma la memoria serve, soprattutto oggi, per superare la fatica a credere alla profondità del male, alla sua banalità distruttrice”.

Per Chiara Calabri i racconti come quello di Dana “aiutano i bambini a pensare. In un tempo competitivo e violento questo è necessario. In questo anno ricorre l'anniversario delle leggi razziali del '38 che forgiarono una mentalità. La scuola ha nel suo ruolo anche il compito di cogliere segnali, aiutare i bambini e gli studenti a esercitare una cittadinanza attiva, a non cedere alla discriminazione o a identificare capri espiatori”.
'Danusia' ha in sé la forza delle parabole grazie alle quali i testimoni e i sopravvissuti possono esercitare nel tempo un colloquio con i più giovani: “Storie e parole – osserva Todaro – rendono l'altro un interlocutore presente”.