Demetrio Stratos (foto Silvia Lelli)
Demetrio Stratos (foto Silvia Lelli)

Roma, 22 maggio 2019 -  La voce è il nostro strumento naturale, ma anche un oggetto misterioso. Specialmente nel dualismo parola/canto o meglio nel passaggio tra le due espressioni. Il suono muta, è ricco di sfumature e non bastano le note musicali a coprirle tutte. La voce si fa fisica, diventa un corpo. È infatti Il corpo della voce il titolo della mostra a cura di Anna Cestelli Guidi e Francesca Rachele Oppedisano che è in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma (fino al 30 giugno) dedicata ad artisti e sperimentatori come Demetrio Stratos, Cathy Berberian e Carmelo Bene. Tre personaggi che hanno lasciato un segno importante nello spettacolo e nel linguaggio musicale. Va detto che in questo confronto inevitabile la figura di Stratos è quella che primeggia sugli altri nell' ambito della mostra. Per tanti motivi: a partire dagli inserti del documentario di Monica Affatato, dalle foto straordinarie di Silvia Lelli e Roberto Masotti, dal volume della voce nelle registrazioni (quando incise Pugni Chiusi con i Ribelli dovettero piazzare il microfono distante da lui per evitare saturazioni).

Ma anche per la sua fisicità con l'anima rock che si lancia verso il linguaggio colto grazie al rapporto con John Cage, per la ricerca sulla diplofonia sull'uso della voce oltre il canto. E quindi per il mito, dovuto alla sua scomparsa prematura celebrata con il concerto di Milano divenuto un punto di riferimento discografico. Nella mostra il percorso è spiegato chiaramente, grazie anche ai diagrammi originati da frammenti della voce di Stratos ascoltabili in cuffia. Il passaggio di testimone con Cathy Berberian, presente nella sala successiva, giunge grazie alla riproposta di una trasmissione Rai in cui i due artisti conversano insieme e si esibiscono davanti alle telecamere. Parlando della cantante e delle sue sperimentazioni, viene subito in mente Stripsody, la composizione costruita sulle espressioni dei fumetti, giunto come atto rivoluzionario nell'ambito della rivoluzione già in atto della musica contemporanea simboleggiata dall'opera del marito Luciano Berio.

I due percorsi sono ben evidenziati: Stripsody con il filmato e le tavole di Eugenio Carmi ispirate dalla composizione, i Folksongs e la Sequenza III di Berio, anche qui con registrazioni, a cui sono affiancate La passion Selon Sade di Sylvano Bussotti e Aria di John Cage entrambe con partiture pensate per essere opere d'arte autonome. Ci vuole un po' di stacco mentale per entrare nel mondo di Carmelo Bene. L'attore era legatissimo al mondo musicale, con una grande passione per la liederistica, oltre a sperimentare la voce recitante con microfoni di nuova generazione. Ma anche con la partecipazione al Manfred di Schumann-Byron, evidenziata nella mostra, il  suo percorso artistico resta legato alla prosa e al lavoro sulla parola. Lavoro affascinante peraltro, dato che la mostra propone molti filmati in cui il Carmelo Bene, apparentemente dissacratore, diventa a suo modo un classico e nonostante questo non imitato perché inimitabile. 

Un tuffo in un mondo artistico che fa rimpiangere non poco le spinte culturali in Italia di un passato recente.