2 giugno 2014 - Più di venticinque milioni di copie vendute nonostante un periodo pazzesco, rivoluzionario, pieno di contrasti, bollente di rivendicazioni femministe, lotte operaie, potere di piazza. Compreso di terrorismo firmato Brigate rosse. «Un periodo magnifico e agguerrito. Mica eravamo mosci come i ragazzi di oggi, che sembrano spompati e non hanno fatto una mazza. Mica come noi».

Eccola qui, Caterina Piretti una dei volti più famosi dei fotoromanzi. Eccola qui a ricordare senza complessi il suo passato e il suo presente nel modo più semplice e diretto, un libro. Caterina, cioè Katiuscia, è stata la vera diva dei fotoromanzi degli anni ’70. Un’epoca che ha segnato la rivoluzione italiana, dalla politica ai costumi. Attrice, prima con l’editrice Lancio (che non c’è più) e che le diede la gloria, poi con Grand Hotel che la trasformò in diva.

Rappresentava Katiuscia, lo spirito libero di un’età favolosamente giovane, la sfida. È stato questo che ha infiammato i cuori e i sogni degli italiani di quegli anni. Oggi Caterina Piretti-Katiuscia, ha pubblicato con coraggio e per catarsi, i diari di quel suo periodo da star, condiviso con (almeno) venti milioni di italiane.
«Sì, va bene. A sentire la gente nessuno comprava i fotoromanzi, li trovavano tutti dal parrucchiere o dalla donna di servizio. Ma ne abbiamo venduti almeno 25 milioni. Qualcuno che li comprava ci sarà stato, no? - ride Caterina, ancora bella a 58 anni - Non credo esista donna sotto i cinquant’anni che non sappia chi sono io. O chi erano Franco Gasparri, Franco Dani, Claudia Rivelli, Michela Roc».
Si intitola “Katiuscia la diva ribelle” (Giulio Perrone Editore), il suo libro che si può leggere un po’ come una sibilla: dove capita. Pagine che raccontano il lusso, la fama, il successo vissuto a soli 15 anni. Ma anche gli incontri, le storie, il carcere, le gioie e i dolori di una giovane star.

Caterina torniamo indietro un attimo: come viveva la diva Katiuscia?
«Alla grande: roba da non credere neppure oggi. Prima cosa perché non eravamo sfiduciati come questi giovani, eravamo tutti allegri, motivati, divertiti e divertenti. Di sicuro, parlo per me, non mi sono risparmiata. È stata un’ubriacatura, uno stordimento anche bellissimo. A 15 anni ero già famosissima grazie ai fotoromanzi Lancio. Ma avevo cominciato la carriera di attrice a cinque, nel film “Il mafioso” con Alberto Sordi, scelta per strada con la mamma da Lattuada. Da lì non so neppure io quanti caroselli ho fatto».

La controfaccia del fotoromanzo?
«Era quello che ci girava intorno e noi non ce ne rendevamo neppure conto. C’era un’Italia quasi in guerra, con rivendicazioni, attentati e scioperi. E noi vivevamo in una specie di limbo, lontani da tutto questo. Con le nostre storie romantiche da illustrare, da recitare. Muti e solo fotografati, ma pur sempre attori. Inseguiti dai fans, attesi dalla gente anche per ore solo per un autografo».

Viveva da diva?
«Ho sempre vissuto in doppio: da una parte c’era Katiuscia, dall’altra Caterina. Avevo una vita apparentemente borghesissima con marito, casa, figlio e camerieri. Dall’altra, una parte di me andava a cercare eroina per strada coi tossici. Mi sentivo talmente libera e pazza da potermi permettere tutto. Sono stata anche arrestata. Ma a nessuno interessava niente di quello che facevo fuori dagli studi. E l’ho pagata cara. Soprattutto il passaggio dalla Lancio, che era una famiglia con Filippo Ciolfi, che per me è stato un padre a Grand Hotel, dove mi trattavano come neppure Greta Garbo: avevo dall’autista alla segretaria. È stata una cretinata che ho fatto e pagato».

Che rapporto ha col passato?
«C’è sempre qualcuno che mi riconosce, che mi ferma per la strada. Guardo quell’epoca con tanta, tanta tenerezza: mi vedo una bambina in balìa di un mondo enorme, più grande di me. Oggi porto alle fiere la bigiotteria e le ceramiche che produco. Mi sono divertita tantissimo nella mia vita: e per un periodo sono stata amica di Maria Rita Parsi che voleva scrivere un libro su di me, sul caso Katiuscia. Siamo state molto unite».

E come è finita?
«A un certo punto Grand Hotel aveva fatto uscire una rivista con il mio nome, mi avevano fatto un contratto miliardario, come fossi un calciatore. E allora io non sono stata più io. Con quel contratto ho firmato per gli inferi. È stata dura, non avevo più amici veri, ma non ero neppure una sfortunata. Avevo scelto una vita così, senza limiti. E ci siamo perse. In fondo questo libro è il conto in sospeso con Maria Rita, diciamo che è quello che non siamo riuscite a fare, a trent’anni di distanza».

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