Prato, 1 dicembre 2018 - Le urla strazianti, il fumo nero come la pece, l’odore acre che divora l’aria fredda di un’alba d’inverno. Prato, 1 dicembre 2013, cinque anni fa. In una traversa di via Toscana, spina dorsale del Macrolotto 1, il formicaio di fabbriche e laboratori cinesi a ridosso del centro cittadino, una prigione di fuoco sta soffocando sette vite, sette operai sorpresi nel sonno dalle fiamme divampate all’improvviso nella ditta «Teresa Moda», una delle centinaia di piccole aziende dove uomini e donne si spezzano la schiena lavorando giorno e notte, dormendo negli spiccioli di tempo e mangiando quel che passa il convento. Qualcuno si mise in salvo, con il volto impastato di lacrime e sangue. In sette appunto morirono carbonizzati.

Uno di loro fu trovato scalzo, con il pigiama indosso. Oggi Prato ricorda quella tragedia, una ferita che non si è ancora risarcita. Lo fa con un convegno in Comune al quale parteciperà anche il governatore della Toscana Enrico Rossi e durante il quale si farà il punto su quanto è stato fatto in questi anni in termini di sicurezza.

Blitz, ispezioni, il fiato sul collo delle forze dell’ordine. Qualcosa in questi cinque anni si è mosso, ma non può bastare. Chi non si è più mosso invece dalla Cina sono le due sorelle Lin Youlan e Lin Youli, condannate in via definitiva per il disastro, ma che avevano fatto le valigie per l’Oriente prima dell’udienza in Cassazione e che quindi, al momento, potrebbero non scontare un solo giorno in galera fatta eccezione per quelli già trascorsi in custodia cautelare.

La prima, ufficialmente titolare della ditta andata in fiamme deve scontare una condanna a 8 anni e 6 mesi per omicidio colposo plurimo, omissione dolosa di cautele contro disastri, favoreggiamento della immigrazione clandestina e incendio colposo. La seconda, Lin Youli è stata invece condannata a 6 anni e 10 mesi. Nella sentenza la Corte di Cassazione definì «disumano» il modo in cui venivano trattati gli operai. Il loro sonno si consumava in cunicoli «scavati» in un soppalco. Nessuna luce fatta eccezione per due finestre bloccate da grate di ferro.

La «fuga» in Cina delle due sorelle, che al momento sono ufficialmente latitanti, si era possibile dato che il divieto di espatrio per Youli era stato revocato con la sentenza di primo grado mentre quello della sorella è stato successivamente revocato dal tribunale del riesame.

Per le due sorelle, difese dall’avvocato Gabriele Zanobini, la procura generale ha emesso un mandato di arresto internazionale chiedendo l’estradizione ma il fronte è ancora aperta. Pare infatti che in Cina il reato di omicidio colposo plurimo si estingua nel momento in cui sono stati risarciti i danni. Ed effettivamente gli eredi delle sette vittime del rogo di «Teresa Moda» sono stati risarciti. «Le mie assistite? Non ne so più niente, sono letteralmente scomparse» commenta l’avvocato Zanobini.