Si torna a viaggiare anche fuori dalla propria regione
Si torna a viaggiare anche fuori dalla propria regione

Firenze, 4 giugno 2020 - La mia vicina di viaggio sta trascinando una valigia grande così; cinque file più in là la cagnetta di una donna appena salita sul Frecciarossa 9311 per Napoli sporca il corridoio, e la cosa non mi lascia indifferente. A fianco a me c’è una signora che urla al telefonino come una ossessa. È un attimo, ma un dubbio mi coglie: «Vuoi di vedere - mi chiedo - che stavo meglio prima?».

Dove per prima è da intendersi durante il lockdown, il periodo in cui voi eravate costretti a stare in casa e io, per «indifferibili esigenze di lavoro», ogni dieci, quindici giorni ho potuto spostarmi in treno lungo la direttrice Firenze-Milano. «Ma no, mi piace di più così», concludo. E allora, animo: mi alzo, e aiuto la signorina a riporre la sua enorme valigia, e per un istante il distanzamento rischia di andare a farsi benedire. «Scusi, ma non ci ha messo dentro un fidanzato morto, vero?», rompo il ghiaccio. «Non ancora», sorride lei. È la prima volta che durante le mie due ore scarse di viaggio posso parlare con qualcuno. «Quando ho visto arrivare il treno - svela lei - mi sono messa a piangere. Sono cinque mesi che non vedo mia madre».

Che fantastica giornata. Una giornata iniziata fin troppo presto. Perché alla Centrale di Milano mi sono presentato con i soliti 50 minuti di anticipo ai quali le mie ansie e i controlli diligentissimi mi avevano abituato. Ho con me perfino l’autocertificazione, non si sa mai. Invece si limitano a prendermi la temperatura con un termometro a infrarossi: segna 35,2°. Ci sono i cameramen delle televisioni, gli agenti sono impegnati ad aiutarli a raccontare la nuova modalità di accesso ai binari. Mi avvicino al varco C e passo senza problemi.

Arriva il treno, salgo. C’è gente, un sacco di gente, eppure i posti sono stati venduti con la massima attenzione: uno è occupato, l’altro è inutilizzabile e Invenduto. Tutti abbiamo le mascherine sul viso. Due ore sono un attimo. Due parole con la ragazza dalla grande valigia e Firenze ci abbraccia. La stazione di Santa Maria Novella sembra finalmente una stazione. In testa al binario c’è la postazione dei poliziotti. Questa non è Milano, riconosco i volti degli agenti che più volte mi hanno controllato. Mi fermo a ringraziare. «Per tenervi fermi - sorridono - ci siamo dovuti impegnare al massimo. E invece voi pur di spostarvi le avete provate tutte». Sembra passato remoto, è soltanto ieri.