Firenze, 27 ottobre 2019 - «Mi vergogno . A 58 anni, dopo la separazione da mia moglie, sono stato costretto a tornare a casa dei miei genitori. Se non ci fossero loro non saprei come fare. Mi passano persino i soldi per mio figlio. Per un assurdo gioco del destino, da padre sono tornato a fare il figlio a tempo pieno». Roberto (lo chiameremo così) ha la voce flebile, che a tratti trema stritolata tra il peso dell’umiliazione e la soggezione per il giudizio degli altri, mentre racconta il suo dramma di padre separato. Un calvario che gli toglie il fiato da 15 anni. Ma il male di vivere più insopportabile è l’assenza del figlio, «un vuoto d’amore incolmabile».

«Sin da quando era bambino la mia ex moglie ha fatto di tutto perché ci trascorressi insieme meno tempo possibile. Ho sacrificato il lavoro pur di stare con lui. Mi ritagliavo due giorni liberi a settimana, ma all’ultimo minuto c’era sempre una scusa per non farlo venire da me». Roberto vive in Toscana e fino a qualche anno fa era un imprenditore. «Dopo decenni trascorsi tra avvocati e alimenti da versare ho dissipato un patrimonio. Alla fine ho dovuto chiudere la ditta. Ora, alla soglia dei 60 anni, ritrovare un lavoro è impossibile».

Quella di Roberto è solo una delle tante storie di padri separati che, dopo il naufragio del loro matrimonio, tra guerre dei Roses e dei Kramer contro Kramer, precipitano in una dolorosa dimensione fatta di povertà, battaglie legali e solitudine.

Gli ultimi dati diffusi dalla Caritas fotografano la nascita di un nuovo esercito di poveri: in Italia su quattro milioni di padri separati – numeri Istat - 800mila vivono in gravi difficoltà economiche. Associazioni, Chiesa e Comuni si mobilitano. In Toscana sono nate diverse strutture per dare un tetto a questi papà. A Firenze il Comune, in una storica palazzina nel cuore dell’Oltrarno, ha aperto la ‘Casa dei babbi’, gestita dalla Caritas. In circa trecento metri quadrati vivono quattro papà. «Sono entrato qui a maggio 2017, il giorno del mio compleanno. Non potevo ricevere regalo più grande». Bruno ha gli occhi che raccontano più delle parole. Si illuminano quando parla del suo rifugio fiorentino. «La sento casa mia. Qui ho ritrovato il mio equilibrio e soprattutto ho recuperato il rapporto coi miei figli. Dopo la separazione ho abitato per 8 anni da mia sorella, ma lì non potevo vivere a pieno i miei bambini. Ora abbiamo uno nostro spazio e ci siamo ritrovati». «Questi alloggi rappresentano un trampolino di lancio per ripartire – spiega Beatrice Giotti, assistente sociale delle Caritas –. Reinserire questi babbi in un contesto abitativo ridà loro dignità e quando sono in grado di stare in piedi con le loro gambe possono lasciare la casa e riprendere in mano la loro vita». Ma non ci sono solo le ristrettezze economiche a lacerare i padri. L’altro calvario è la desertificazione della paternità. Molti babbi si sentono solo dei bancomat, genitori di serie B.

Un mese fa l’Associazione Padri separati fuori dal silenzio’ ha manifestato davanti al Palazzo di Giustizia di Firenze «contro il perpetuarsi di ingiustizie durante le cause di separazione». «Uno degli strumenti più utilizzati durante le battaglie legali - afferma Fabrizio De Longis, responsabile per i rapporti istituzionali dell’associazione - sono le false denunce, per abusi e violenze, messe in atto per allontanare i padri dai figli. L’infondatezza delle accuse viene poi dimostrata dopo anni di processi. Situazioni che comportano devastanti impatti sulla reputazione dell’individuo. Uno dei genitori, e spesso è il padre, viene relegato a vedere il figlio solo per poche ore. Il nostro movimento si batte per il riconoscimento di pari opportunità nella relazione coi figli». Separazioni e divorzi, quando diventano guerre, impoveriscono economicamente e affettivamente sia l’uomo che la donna.

Che il presidente dell’associazione ‘Padri separati’, la prima nata in Italia nel 1991, sia una donna, Tiziana Franchi, non deve stupire. «La separazione non deve diventare una guerra di genere. Donne contro uomini. Ci sono moltissime donne che collaborano con l’associazione e molte donne che si rivolgono a noi ancor prima degli uomini: le prime telefonate spesso ci arrivano proprio da ex mogli o da nonne».
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