Oriana Fallaci (Archivio Giovanni Liverani/Ag. Aldo Liverani)
Oriana Fallaci (Archivio Giovanni Liverani/Ag. Aldo Liverani)

Firenze, 11 settembre 2016 - Sindaco Nardella, finalmente l’intitolazione. Ci sono voluti dieci anni. Al di là dei formalismi normativi ai più sembra una scelta sofferta da parte dell’amministrazione fiorentina. O no?

«Non è così. Subito dopo essere stato eletto sindaco, nel 2014, ho reso omaggio alla tomba di Oriana Fallaci il giorno dell’anniversario della sua morte, proprio per rappresentare la volontà della mia amministrazione che oggi si concretizza con questa intitolazione. Il tempo trascorso è servito anche a far maturare una più forte consapevolezza dell’importanza della sua figura oltre le divisioni. Del resto l’anticipazione dell’intitolazione prima dei dieci anni avrebbe comportato una procedura particolare con l’inevitabile polemica tra i partiti che l’avrebbero strumentalizzata. Anche Oriana non lo avrebbe permesso».

Oriana Fallaci e Firenze. Amore indissolubile. Poteva essere un simbolo della fiorentinità nel mondo. Invece è stata messa ai margini, ma non certo dai fiorentini. Che ne pensa?

«Era una donna libera, non stava certo lontana da Firenze perché si sentiva emarginata ma perché lovoleva lei. Tant’è vero che questa è la città dove ha scelto di morire, la città che ha sempre amato fin da quanto si è battuta da giovane partigiana per liberarla dal nazifascismo. E’ un rapporto indissolubile. Per questo le dedichiamo un ricordo ufficiale e pubblico nell’anniversario della morte, nel piazzale che porterà il suo nome per sempre, un luogo di valore civico e culturale tra la Fortezza da Basso e la tramvia.

Il nostro dibattito sul giornale ha fatto emergere che tanto c’è da fare per farla conoscere, specialmente alle giovani generazioni. Quali impegni si può prendere lei come guida del Comune di Firenze quanto meno per i primi anni del decennio a venire?

«E’ vero, spesso l’Oriana più conosciuta è quella dello scontro con il Medio Oriente e l’Islam, quando invece sarebbe un bene farne scoprire storia e carriera in maniera completa. Il Comune solleciterà la scuola e l’Università a dedicarle l’attenzione che merita, come grande giornalista e scrittrice, inviata di guerra che ha dato del tu ai grandi del Novecento».

Il dialogo interreligioso ha messo radici in città grazie al suo lavoro certosino da sindaco-diplomatico. Come si potrebbe inserire il pensiero della Fallaci in questa strategia di confronto e conoscenza, vero modello per l’Italia e non solo? Forse solo impostando alcuni cardini sulla reciprocità e sul ‘giuramento’ sulla Costituzione da parte della comunità musulmana?

«Firenze, per la sua storia, può unire sia identità che vocazione internazionale, sia orgoglio che dialogo. La nostra città è così grande, ricca e generosa da poter tenere insieme il valore del dialogo interreligioso di Giorgio La Pira, nel quale io credo profondamente, con la battaglia per l’identità culturale di Oriana Fallaci. Lei era una donna schietta e intelligente, che non si sarebbe certamente spaventata del confronto. Magari sarebbe rimasta delle sue idee, ma le avrebbe esposte con coerenza e coraggio. E di questo noi abbiamo bisogno, non di un buonismo superficiale che invece di consentire una convivenza culturale e religiosa lungimirante e sostenibile ha portato ad un relativismo esasperato che ha fatto il gioco dei partiti xenofobi e nazionalisti».

La Moschea nel 2020 a Firenze diciamo. Oriana Fallaci si scagliò contro la tenda degli immigrati in piazza San Giovanni tanto che disse: ’Io non vado a rizzare tende alla Mecca. Io non vado a cantar Paternostri e Avemarie dinanzi alla tomba di Maometto’. In questi venti anni invece di pacificazione abbiamo vissuto momenti di guerra globale.

«La libertà religiosa appartiene a tutti gli individui come afferma la nostra Costituzione. Preferisco avere una moschea dove si parla italiano piuttosto che garage incontrollabili e fatiscenti ideali per alimentare fanatici ed estremisti. Detto ciò non possiamo però dimenticare che la durezza di Oriana è quella di un carattere forte, talvolta aspro e polemico quando sente minacciata la libertà della persona nei suoi aspetti più intimi come in quelli relazionali e politici. Dipingerla, come è stato detto, solo come combattente anti islamica con la penna e l’elmetto è una declinazione riduttiva di un’esistenza umana e letteraria di spessore decisamente più rilevante e complesso».