olio
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Firenze, 14 novembre 2019 - E per fortuna che c’è la Maremma. «Quest’anno è un po’ la nostra piccola Puglia, il nostro serbatoio: grazie al Grossetano e alla costa livornese si riesce a contenere la perdita intorno al 20 per cento», dice Fabrizio Filippi, presidente del Consorzio Olio Toscano Igp, una fetta interessante dell’extravergine certificato che si produce nei nostri campi. Perché nel resto dell’Oliveto Toscana le cose non sono andate tanto bene: a macchia di leopardo secondo Filippi, ma la mappa del disastro è ampia, da Arezzo al Montalbano, da Lucca ai Colli fiorentini, da Pistoia ai Monti Pisani.

Stima complessiva ormai in dirittura d’arrivo, meno 20 per cento, cioè tra i 100mila e i 120mila quintali rispetto ai 150mila del 2018, cifra già bassa se si guardano i 200mila e anche oltre delle stagioni migliori. E se non ci fosse la Maremma, la perdita in tutto potrebbe aggirarsi tra il 60 e il 70 per cento. A soffrire di più, gli oliveti storici e i coltivatori tradizionali, «va meglio – spiega Filippi – dove sono stati impiantati oliveti razionali e moderni anche se non superintensivi sul modello spagnolo, scelta che hanno fatto alcune aziende». La colpa? Duplice: clima e mosca. Il clima ha fatto danni due volte, in fase di fioritura, con freddo e piogge a maggio che hanno ritardato, e con la bomba di calore di giugno «che ha bruciato – osserva Filippi – fioriture eccezionali, penso alla zona di Volterra». E poi la mosca. Che ha colpito in maniera subdola, spiega Fiammetta Nizzi Grifi, elaiotecnica consulente per molte aziende, del Consorzio Dop Chianti Classico e produttrice.

«In Maremma – dice – è andata bene perché la maturazione dei frutti ha tardato per la siccità, e l’oliva si è presentata acerba all’attacco dell’insetto. Nell’interno, dove il terreno argilloso evita lo stress idrico, l’oliva è maturata prima ed è stata più appetibile alla mosca». Non è stato un 2014, concordano gli esperti, ma è successo qualcosa di diverso: è la seconda generazione che ha fatto il danno peggiore, «l’attacco – spiega Nizzi Grifi – tra settembre e ottobre con la mosca che non è uscita fuori dalle olive e ce la siamo ritrovata nelle gramole dei frantoi. Olive in apparenza integre hanno dato un olio che pareva burro fuso». C’è da temere anche per la qualità della nostra fettunta? Filippi ammette differenze, «se nel 2018 prevaleva il fruttato intenso, il verde, l’erbaceo, quest’anno abbiamo un olio più morbido e con minori profumi, con un po’ di pizzichino ma senza l’amaro, e non è detto che al consumatore non piaccia».
 

Prezzo, in ambito Igp, sui 12-13 euro al chilo se acquistato in frantoio, fino a 15 euro al litro in bottiglia. E fuori dall’Igp? Nizzi Grifi mette in guardia: «Molti produttori nel Chianti Classico non produrranno dop, chi lo farà, è perché ha lavorato talmente bene da proporre un prodotto eccellente. Che tuttavia non si troverà in grande distribuzione, e potrà costare anche 25-30 euro al litro, se non di più. Per il resto, attenzione alle etichette: chi seguirà le mie indicazioni, ci scriverà che è olio tagliato con il 2018 rimasto in giacenza, per non ingannare il consumatore. Sarà più morbido e più dolce, meno profumato, però autentico, extravergine vero, e potrà costare cifre abbordabili». Di sicuro non i 3 euro o anche meno sbandierati da pubblicità di «spese intelligenti». Ma almeno sarà olio toscano.
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