Un intervento chirurgico (foto d'archivio)
Un intervento chirurgico (foto d'archivio)

Firenze, 7 dicembre 2016 - Nessuno si accorse dell’errore: iniziarono facendo firmare il consenso informato, come da prassi, e da quel momento in poi l’iter si mise in moto, fino all’intervento. Peccato che l’operazione non fosse di «nefroureterectomia destra», ma l’opposto: sinistra. Il risultato fu che venne asportato il rene funzionante e lasciato quello malato. Nel giro di sei mesi, il paziente Giovanni Razzi morì. La clamorosa svista, infatti, lo aveva reso «anefrico funzionale».

UNA CONDANNA, insomma. Quella che adesso rischiano i cinque componenti dello staff medico dell’ospedale di Ponte a Niccheri. Ieri mattina, il giudice per l’udienza preliminare, Limongi, ha infatti rinviato a giudizio i sanitari dell’ospedale di Santa Maria Annunziata che quel 17 marzo del 2014 non si sarebbero attenuti ai protocolli del ministero della Salute e della Regione Toscana.

Il processo comincerà il sette febbraio dell’anno prossimo.

Razzi morì il settembre successivo all’intervento ed i familiari presentarono un esposto alla magistratura. Il pubblico ministero Luca Turco ritiene che «imprudenza, negligenza ed imperizia» siano consistite nell’aver trascurato il «Manuale per la sicurezza in sala operatoria: raccomandazioni e checklist» e le «Raccomandazioni del Ministero della Salute».

Nello specificio, un componente dello staff non avrebbe letto gli esami medici a cui il paziente era stato in precedenza sottoposto. Così, fece firmare al paziente il consenso informato all’intervento chiurgico al rene sbagliato. A breve distanza dall’intervento, poi, non venne ripetuto alcun esame. Anche in sala operatoria, nessun tipo di verifica: i sanitari chiesero al paziente quale fosse il lato da operare e, basandosi sulla documentazione firmata contenente l’errore, operarono.

Razzi, privato del rene funzionante, visse il resto dei suoi giorni combattendo con tanti problemi, culminati nell’insufficienza respiratoria e nello scompenso cardiaco che il sette settembre del 2014 causarono la sua morte. Secondo le accuse, avanzate dal pm Luca Turco, il chirurgo (il primario Riccardo Bartoletti) dopo l’errore – che avrebbe poi causato la morte del paziente - avrebbe pure distrutto le “prove” del loro operato. L’Asl 10 si è costituita parte civile.